Anima e Psicologia nella Filosofia di Platone

Riflessioni psicologiche su alcuni aspetti del luminoso pensiero di Platone sul concetto di Anima e sull'importanza della consapevolezza di sé stessi
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Tra le più belle pagine della Filosofia aventi rilevanza psicologica, dobbiamo senza dubbio riservare un posto d’onore alle opere di Platone. Sono diverse quelle in cui il grande Filosofo espone argomentazioni estremamente rilevanti ed interessanti sulla natura dell’Anima. Dato lo specifico fine di questa sezione del sito, cercheremo di focalizzare la nostra attenzione in particolar modo su quelle tra esse che possono aiutarci a comprendere quale sia stata, nel corso della storia, l’evoluzione del concetto di Anima, fino alla Psicologia moderna.

Dobbiamo innanzitutto premettere che al tempo di Platone (visse a cavallo tra il quinto e il quarto secolo a.C.) la Psicologia si occupava effettivamente dell’Anima. Il termine stesso, da un punto di vista etimologico, accosta infatti i concetti di “logos” (discorso) e “psychè” (anima), concretizzandosi quindi in “discorso, riflessione sull’anima“. L’anima era considerata quel principio vitale eterno che esiste in ogni creatura.

Anima e Psicologia - PLATONE
Anima e Psicologia – PLATONE

Possiamo perdonare un bambino quando ha paura del buio. La vera tragedia della vita è quando un uomo ha paura della luce.

Platone

Influenze orfiche e pitagoriche sul pensiero di Platone

La religione mistica degli Orfici, precedentemente seguita anche dai filosofi pitagorici, affermava la dottrina della metempsicosi. Essa assumeva la trasmigrazione delle anime da un corpo all’altro dopo la morte. Tale processo continuerebbe fino al raggiungimento della purificazione. Alla base di questo ragionamento vi era una netta distinzione tra anima sovrasensibile e corpo sensibile, in cui quest’ultimo di fatto costituirebbe la “prigione” della prima. Platone ricorre a questa dottrina per evidenziare la separazione dell’anima dal corpo, anche se, come vedremo, non svilisce l’importanza del corpo e delle passioni, che dovranno essere semplicemente regolate.

Questa dottrina aveva il fine di ricordare all’uomo l’importanza dell’impegno per migliorare la propria esistenza terrena, preparandosi a quella ultraterrena vissuta solamente come anima, dopo aver abbandonato il corpo fisico divenuto non più necessario grazie alla purificazione. La rilevanza, in questo caso, sembra più di tipo religioso che psicologico. Rimangono comunque importanti differenze rispetto a quanto successivamente affermato dal Cristianesimo, che esula però dallo scopo di questo scritto.

Possiamo limitarci a notare che il nostro impegno sulla terra è visto come un esercizio grazie al quale rendere migliore la propria esistenza. La “purificazione dell’Anima” avviene infatti grazie alla conoscenza (Sophia). Spesso in queste pagine abbiamo parlato dell’importanza psicologica di un vivere ispirato da un fine ultimo dell’esistenza.

In ogni caso, Platone sembra ricordarci che quello che oggi potremmo definire “benessere psicologico” può virtuosamente essere ottenuto da una vita dedicata alla conoscenza e allo sviluppo della saggezza. Non possiamo qui ovviamente prendere in considerazione alcuna speculazione sull’esistenza e sul destino di un’anima che sopravvive al corpo fisico, dal momento che non è materia della Psicologia.

Possiamo però accogliere i suggerimenti di Platone come accoglieremmo una sorta di scommessa di Pascal in chiave psicologica: indipendentemente dall’esistenza o meno di un’anima e di un destino ultraterreno (che ai nostri fini è del tutto irrilevante), impegnarsi a conseguire il benessere psicologico attraverso la ricchezza dell’animo e della virtù della saggezza, ha sempre e comunque una sua convenienza. In altri termini, arricchire la nostra vita evitando tutto ciò che svilisce il corpo, la mente e le emozioni, è già di per sé un elemento sufficiente ad indirizzarci verso una piena realizzazione personale e al benessere psicologico.

La bellezza della rivelazione dell’Anima celata

Platone, nella “Repubblica”, propone anche un’immagine dell’Anima secondo il modo in cui essa si presenta all’osservazione quando è “contaminata dal corpo” e non nella sua purezza originaria. Ecco alcuni passaggi tratti dal libro finale di questa sua Opera:

“…Ma per sapere quale sia in verità non si deve esaminarla, come ora facciamo, quando è contaminata dalla sua comunione col corpo e da tanti altri vizi, ma quando sia completamente purificata.
Allora sì che va studiata con il dovuto impegno per mezzo della ragione, perché in tali condizioni la si troverà molto più bella e si avrà la facoltà di discernere con assai maggior precisione i caratteri dell’ingiustizia e della giustizia e tutto ciò di cui ora abbiamo discusso. Invece, allo stato attuale della ricerca, noi abbiamo detto il vero solo su ciò che al presente ci appare.

“…L’abbiamo nelle condizioni in cui i visitatori vedono Glauco, e cioè senza la possibilità di discernere facilmente la sua forma primitiva, perché delle sue membra originarie alcune sono andate in frantumi, altre sono tutte consunte o completamente deformate per effetto delle onde.
Addirittura incrostazioni, conchiglie, alghe e pietre, si sono aggiunte a quelle, sì da farlo assomigliare più a un mostro che a ciò che era in origine.
Ecco, anche l’anima noi la vediamo ridotta in queste condizioni, incrostata da una infinità di mali.
E pertanto, caro Glaucone, è là che dobbiamo volgere l’attenzione.
– Là dove?, domandò.
– Verso il suo amore per il sapere. Bisogna inoltre fare attenzione agli ideali cui aderisce e alle compagnie cui vuole aggiungersi, tenendo conto del suo essere congenere rispetto al divino, all’immortale, all’essere che sempre è.
Ancora la si dovrebbe immaginare come apparirebbe se si facesse totalmente attrarre da tali realtà, lasciandosi cavare fuori, da questa sua aspirazione, dal mare in cui si trova, e se si scuotesse di dosso i sassi e le conchiglie che ora le sono spuntati dovunque per effetto dei cosiddetti allegri banchetti: tutte queste, invero, sono concrezioni terrestri, sassose e ruvide, cose, appunto, per un’anima che si ciba di terra.

Solo allora uno potrebbe finalmente vedere la sua vera essenza, se è molteplice o semplice, e come sia e quali caratteri possieda. In effetti, a mio giudizio, per ora ci siamo limitati a svolgere un esame adeguato delle condizioni e delle forme che l’anima assume nella vita umana”.1

Da un punto di vista psicologico, possiamo trarne senza dubbio alcune importanti riflessioni. Indipendentemente dalla natura effettiva dell’Anima, oggetto della speculazione filosofica, ciascuno di noi è perfettamente in grado di percepire al suo interno “qualcosa” che aspira “al Bene, al Bello, al Vero“. Questo “qualcosa” appare però celato dalle preoccupazioni, dai mille desideri, dalle innumerevoli distrazioni e dalle infinite priorità.

L’Anima, secondo Platone, rivela però sé stessa attraverso il modo in cui si innamora del Sapere, attraverso gli ideali a cui aderisce nella sua esistenza terrena. Non sempre però ciò avviene, perchè non tutte le persone avvertono con chiarezza questo aspetto come una necessità vitale. Chi vi riesce, sa che anche nella caoticità del vivere moderno esiste la possibilità di rendersi conto dell’autentica presenza di un anelito interiore verso le più preziose virtù dell’esistenza.

Forse, se mantenessimo sempre presente la consapevolezza dell’esistenza in noi di un nucleo di Bellezza e Verità, anche i momenti più difficili della Vita assumerebbero un significato profondo. Il nostro compito ultimo potrebbe allora essere proprio quello di svelare ciò che è celato alla vista, rivelare al mondo la nostra più autentica natura, in pienezza, saggezza e verità.

Non si tratta semplicemente di uno dei tanti suggerimenti pratici per il vivere quotidiano, ma un’indicazione per pervenire ad una forma di benessere e di equilibrio psicologico che non ha paragone in quanto a stabilità e ricchezza del vissuto quotidiano. Persino nei nostri momenti più difficili saremmo allora in grado di rimanere centrati e stabili su ciò che in noi costituisce la base della nostra consapevolezza.

James Hillman affermava che “di tutti i peccati della Psicologia, il più mortale è la sua indifferenza per la bellezza“. E forse, per un sano benessere psicologico, dovremmo tutti ritornare ad ammirare la bellezza di ciò che si cela in noi.

Anima e Psicologia nella metafora del carro alato di Platone

Una delle più importanti metafore di Platone in cui esprime efficacemente il concetto di Anima, è quella del carro alato, guidato da un auriga e trainato da due cavalli, riportata nel Fedro. Eccone i passaggi più significativi:

“Si pensi, dunque, l’anima come simile ad una forza per sua natura composta di un carro a due cavalli e di un auriga […]”.

A cui, poco più oltre, aggiunge:

“All’inizio di questa narrazione mitica abbiamo distinto ogni anima in tre parti, due con forma di cavalli, e la terza con forma di auriga.
[…] Dei due cavalli diciamo che uno è buono, mentre l’altro no.
Non abbiamo detto, però, quale sia la virtù del buono e quale sia il vizio del cattivo, ma ora dobbiamo dirlo”.

“Quello dei due cavalli che si trova nella posizione migliore di forma lineare e ben strutturato, dal collo retto con narici adunche, bianco a vedersi e con gli occhi neri, amante di gloria con temperanza e con pudore e amico di retta opinione, non richiede la frusta e lo si guida soltanto con il segnale di comando e con la parola.

L’altro cavallo è invece storto, grosso, mal formato, di dura cervice, di collo massiccio, di naso schiacciato, di pelo nero, di occhi grigi, iniettati di sangue, amico della protervia e dell’impostura, villoso intorno alle orecchie, sordo, a stento ubbidisce ad una frusta fornita di pungoli1.

Anima e Psicologia - PLATONE Auriga
Platone – La metafora dell’Anima: il carro alato trainato da due cavalli

Che strana cosa sono il piacere e il dolore; sembra che ognuno di loro segua sempre il suo contrario e che tutti e due non vogliano mai trovarsi nella stessa persona. (Fedone)

Platone

Al fine di chiarire più dettagliatamente la complessità della natura umana, Platone propone nel Fedro una tripartizione del principio vitale definito Anima. Secondo alcuni studiosi l’auriga sarebbe un efficace simbolo dell’anima razionale, espressione dell’intelletto e del pensiero razionale. Il cavallo nero si presterebbe bene invece a rappresentare l’anima concupiscibile, simbolo degli appetiti legati al cibo e alla sessualità. Il cavallo bianco, infine, rappresenterebbe l’anima irascibile, a cui si possono ricondurre coraggio e impulsività.

Platone aggiunge che di queste tre parti, la più forte sarebbe l’anima concupiscibile, e la paragona ad un mostro dalle tante teste. I desideri materiali, di natura molteplice e le cui pulsioni emergono violentemente spesso dall’inconscio, tenderebbero dunque ad avere la meglio sulle altre due forze, qualora lasciati liberi di agire incontrollatamente. E non è difficile qui ricollegarsi ad un altro ambito della grecità classica dotato di altrettanto straordinaria rilevanza psicologica: la mitologia.

Nell’Ottava Fatica di Ercole, l’eroe sconfigge l’Idra di Lerna, creatura mostruosa dalle nove teste che rispuntavano più numerose dopo essere state tagliate. Anche in questo caso è evidente la difficoltà dell’ “Eroe” nel controllo di quelle che in Psicologia definiremmo le pulsioni appartenenti all’ “ES” freudiano. Il compito di Ercole si conclude con successo solo dopo aver compreso che il mostro andava tolto dal suo habitat naturale, per essere esposto alla luce.

L’anima irascibile, rappresentata simbolicamente dal Leone, avrebbe per Platone un’importanza fondamentale per un ottimale equilibrio psichico interiore, ma deve operare al servizio dell’anima razionale. Posta sotto il dominio dell’anima concupiscibile, verrebbe a mancare il “governo” dell’intero organismo da parte della componente razionale, conducendo ad un’esistenza caratterizzata da forti squilibri.

A ciò che viene simboleggiato dall’auriga spetta dunque il compito di guidare l’intero carro verso l’alto, verso il mondo delle idee, evitando ai due cavalli di percorrere quella che in molti degli articoli di questo sito abbiamo indicato come “via di minor resistenza“. La forza dei due cavalli è ovviamente molto più importante rispetto a quella dell’auriga, che anche con tutta la propria volontà non potrebbe evidentemente opporsi ad essa. E qui troviamo una delle più eleganti esposizioni del potere della Volontà secondo lo psichiatra italiano Roberto Assagioli. Egli era stato inizialmente indicato da Freud come il possibile primo rappresentante in Italia della scuola psicoanalitica, ma se ne distaccò presto per seguire lo sviluppo di una visione della psicologia capace di includere anche valori transpersonali, definita Psicosintesi.

L’auriga, per poter guidare efficacemente i due cavalli verso la direzione desiderata ed evitare che seguano invece l’impeto della loro natura inferiore, può applicare quella che secondo Assagioli è definibile “Volontà Sapiente” (si veda in particolare questo approfondimento). Si tratta in sostanza di ottenere il migliori risultato semplicemente “sfruttando” la naturale tendenza delle energie simboleggiate dai cavalli a “produrre un lavoro”. La Volontà Forte (il comune “sforzo di volontà“) si opporrebbe direttamente alla natura e alla forza dei cavalli, la Volontà Sapiente semplicemente “assume il comando” e “dirige” verso la meta desiderata, capitalizzando le energie già disponibili ed evitando di investirne ulteriori quantità.

L’auriga, in una visione psicologica che si arricchisce del pensiero filosofico più sublime, è dunque anche una efficace rappresentazione dell’essenza fondamentale dell’Io: la Volontà. Quando l’Io, ben sostenuto da un equilibrato potere della Volontà, assume il comando, tutte le forze della personalità sono ottimamente governate i efficacemente direzionate verso il medesimo obiettivo.

La molteplicità delle caratteristiche dell’Anima descritta da Platone, offre l’opportunità di rendersi conto anche della complessità della personalità umana, costituita dal dinamico intrecciarsi di forze diversificate e in taluni casi persino reciprocamente conflittuali.

L’auriga sarebbe dunque l’elemento unificatore centrale in grado di coordinare le varie parti, evitando i conflitti e dirigendo con saggezza quelle forze che, per loro natura, tenderebbero invece a seguire la loro via di minor resistenza.

Il motto delfico “Conosci Te Stesso” è, anche in questo caso, un saggio invito ad avvalerci dell’auriga che è in noi, per assumere efficacemente la capacità di governo sulla nostra parte più orientata al puro soddisfacimento di desideri o alla sregolatezza di carattere.

Infine dobbiamo anche ricordare, almeno a beneficio di coloro che posseggono questo tipo di inclinazione nella loro vita, che i cavalli devono essere guidati verso l’alto, verso “l’Iperuranio”. Questa secondo Platone dovrebbe essere al loro naturale direzione. E questo, nell’ottica di una visione Transpersonale della Psicologia, dovrebbe essere lo scopo del nostro agire nel mondo: intervenire efficacemente, creativamente e proficuamente nelle le questioni del mondo, senza però farsi coinvolgere da ciò che allontana dal richiamo (verso l’alto) del nostro Sé Transpersonale. Persino Freud aveva ammesso con chiarezza che la capacità di un ristrettissimo numero di individui di sublimare le pulsioni più potenti e primitive è alla base delle più geniali creazioni artistiche che il corso della storia ci ha donato. Ma come risulterà evidente, è una via percorribile da pochi.

La bellezza del pensiero di Platone, forse è proprio a questo che invita: ad una vita virtuosa e ricca di significato. Le “passioni” vengono descritte come, allo stesso tempo, un grave pericolo e una grande opportunità. Esse, come abbiamo visto, resistono tenacemente allo scontro diretto con i nostri più ingenui tentativi di soffocarle. Questo improbabile tentativo di controllo era definito “apazia”, che Platone (ma anche Aristotele) considerava inferiore alla “metriopazia”, ovvero alla loro sapiente regolazione. E questa osservazione mette molto probabilmente d’accordo filosofi del passato e psicologi moderni.

L’Anima e la scelta del Destino nel mito di Er di Platone

Concluderei questa breve riflessione su Platone e il concetto di Anima con qualche breve spunto sul mito di Er, con cui il Filosofo conclude la “Repubblica”. Ne abbiamo già parlato trattando il tema del Destino e della forza del Daimon, e ci limiteremo qui a qualche pensiero relativo solamente alla natura dell’Anima.

Anima e Psicologia - Platone - Mito di Er
Platone – Mito di Er. Le Moire Cloto e Lachesi intente a tessere il filo del fato…

“Rendi cosciente l’inconscio altrimenti sarà l’inconscio a guidare la tua vita e tu lo chiamerai destino”

Carl Gustav Jung

In questo mito Platone rivoluziona il tradizionale paradigma della tradizione greca, secondo cui sono gli Dei e la Necessità a scegliere il destino dell’Uomo. Afferma infatti il Filosofo che sono le anime stesse a determinare il loro futuro destino, al momento di reincarnarsi e prima di prendere possesso del loro corpo. I “paradigmi delle vite” sono in grembo alla Moira Lachesi, figlia di Necessità, ma non sarebbero un’imposizione, solamente una proposta.

La scelta di vivere secondo la morale e la virtù non può dunque essere imposta, è interamente nelle mani degli uomini. Al momento di assumere il corpo per la nuova vita mortale essi dimenticano la scelta del destino che hanno appena effettuato, al fine di poter esprimere il loro libero arbitrio una volta entrati a pieno titolo nella vita umana.

L’arduo compito dell’uomo è pertanto quello di aderire al proposito inizialmente stabilito, consapevole che “il destino” non mancherà di colorare la sua esistenza in virtù non tanto del caso, quanto di una precisa scelta individuale antecedente alla nascita.

Questo mito presenta alcune sorprendenti analogie con alcune tradizioni orientali, ma ci limiteremo qui, come da precisa raccomandazione dello stesso Platone, ad assumerlo in senso rigorosamente simbolico. Quali considerazioni possiamo dunque trarne da un punto di vista psicologico?

Si parla spesso oggi di “creare il proprio destino“, di “cambiamento“, di “creatività“, e questi sono, e devono effettivamente essere, alcuni tra i più importanti obiettivi di un sano lavoro di crescita psicologica. L’enorme quantità di frustrazione presente oggi nella realtà quotidiana di molte persone lascia però intendere che non è così semplice creare per noi il futuro dei sogni. E’ impressionante il numero di persone arrabbiate con la vita a causa di un “destino” considerato impietoso o quantomeno avverso. Ma è ancora maggiore quello di persone tutto sommato in possesso di mezzi, qualità e risultati del tutto adeguati, che rimangono però vittime dell’insoddisfazione e di un vago senso di vuoto.

Questo mito platonico sembra suggerire che prima di adirarci contro la vita, il destino o le colpe altrui, dovremmo sapientemente ponderare con grande attenzione sulla natura dei nostri desideri più importanti. Sono essi davvero in grado di condurci alla pienezza del nostro Essere? Hanno la capacità di produrre in noi quella ricchezza interiore che colmerà il nostro Sé di Realizzazione e Virtù?

Forse potremmo scoprire che, alla fine, è la parte più luminosa (o quella più buia a seconda dei casi) del nostro stesso inconscio a guidare molti dei passi della nostra vita che hanno deciso le sorti nei momenti più importanti. Oltre a questo affascinante mito Platonico, è lo stesso Carl G. Jung a ricordarci la necessità di rendere cosciente il nostro inconscio per evitare che sia esso a prendere in mano le redini del nostro destino. In termini Platonici, è necessario assumere il ruolo di auriga della nostra vita, per evitare che siano i cavalli, lasciati liberi di agire, ad assumere il comando del nostro “Viaggio” nella vita, con particolare riferimento alle “pericolose” pulsioni del cavallo nero.

Forse potremmo scoprire anche che, a ben guardare, ciò che manca alla nostra vita non sono i risultati, i cambiamenti o un “destino migliore”, ma la consapevolezza di un Fine, la certezza di un carattere teleologico dell’Esistenza. Essa, da sola, sarebbe in grado di arricchire il nostro Sé al punto che saremmo sempre certi di poter affermare, con Lao Tsu, che è sempre “meglio accendere una lanterna, che maledire l’oscurità“. Una lanterna su quella parte del nostro Sé Transpersonale, o Inconscio Superiore, che potrebbe aver scelto per noi il miglior destino possibile e del quale potremmo non avere ancora consapevolezza, sospinti come siamo stati fino ad ora a seguire la volontà dei due cavalli.

Quest’ultima conquista, a mio avviso, è il più bel risultato di un lavoro psicologico condotto con Saggezza e Volontà da entrambe le parti. L’unico in grado di guarire non solo emozioni e pensieri disfunzionali, ma anche la nostra parte più nobile: l’Anima.


NOTE

1. Dal testo: G.Reale – D.Antiseri – Storia della Filosofia – Vol.1 – Editore Bompiani

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