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La Compassione

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Il Dizionario Garzanti di Psicologia definisce la compassione come “partecipazione emotiva al dolore altrui che si esprime attraverso un sentimento di solidarietà alla base del quale c’è per A. Schopenhauer la consapevolezza della comune partecipazione al carattere doloroso dell’esistenza. […] Per S. Freud, e per la psicoanalisi in genere, la compassione è una forma di inibizione utilizzata nell’economia psichica per reprimere le componenti di crudeltà presenti nella pulsione sessuale”.

Quale fosse la posizione di Freud sulla natura delle pulsioni umane fondamentali, come l’aggressività e la sessualità, è una questione nota anche all’esterno dell’ambito psicoanalitico o psicologico in generale. Le riflessioni filosofiche del padre della psicoanalisi hanno infatti influenzato pesantemente la cultura del XX Secolo. Non ci si dovrebbe pertanto stupire del fatto che egli abbia considerato un sentimento di estrema nobiltà come quello della compassione né più né meno che come un mero meccanismo psichico compensatorio.

Quando sei nella sventura e cerchi compassione dal prossimo, gli porgi una parte del tuo cuore. Ti ringrazierà, se ha buon cuore; se ha il cuore duro, ti disprezzerà

Khalil Gibran
Emozione della Compassione
L’emozione della Compassione
immagine da: pixabay.com

Compassione e psicologia Buddhista

In epoca più recente si tende a parlare dell’emozione della compassione estendendone ampiamente sia il significato che le potenzialità. La compassione fa tra l’altro regolarmente parte dei percorsi di Mindfulness, una forma di meditazione derivante dalla millenaria tradizione Buddhista. Per cui molte persone sono oggi più propense ad annoverarla tra le emozioni umane più nobili, più che ad intenderla come una mera funzione fisiologica o istintuale.

Lo psicologo Jack Kornfield, esperto di psicologia Buddhista, nel suo testo “Il cuore saggio” definisce la compassione rifacendosi proprio agli antichi testi buddhisti, che la descrivono come “il fremito del cuore di fronte al dolore, la capacità di vedere le nostre lotte con occhi gentili”. La compassione, a suo avviso, corrisponderebbe semplicemente alla natura umana più profonda. Sorgerebbe dall’interconnessione tra noi e tutte le cose.

Per Kornfield la compassione costituirebbe di fatto anche un atto di coraggio. Il grande coraggio non si dimostrerebbe con l’aggressività o con l’ambizione. Aggressività e ambizione tendono a suo avviso a dimostrare un’espressione di paura o di percezione erronea della realtà. Il cuore coraggioso non ha invece paura di aprirsi al mondo. E sarebbe proprio la compassione a condurci ad avere fiducia nella nostra capacità di aprirci alla vita senza armature.

Ma l’aspetto più curioso ed interessante che forse più nitidamente traspare sia dagli scritti di Kornfield che più in generale dagli insegnamenti legati all’utilizzo anche in ambito clinico e psicopatologico della Mindfulness è quello della compassione verso sé stessi. La compassione viene infatti intesa come un cerchio che comprende tutti gli essere, noi stessi inclusi, e va rivolta a tutti indistintamente.

Un gesto compassionevole nei confronti di sé stessi sarebbe dunque proprio l’elemento più importante nel percorso che ristabilisce l’armonia interiore. Osservare noi stessi e le nostre esperienze con “occhi gentili” ci renderebbe consapevoli della quantità di dolore che abbiamo entro noi stessi, consentendoci di avviare un processo di consapevolezza e trasformazione interiore.

Compassione e vulnerabilità

Tiffany Watt Smith, autrice del testo “Atlante delle emozioni umane” si sofferma su un dettaglio che non sempre appare evidente quando si parla dell’emozione della compassione. Per poterla esprimere è necessario infatti portare all’esterno lati molto vulnerabili di sé stessi. E questa è un’esperienza non facile da tollerare.

E’ necessaria una grande saggezza per andare incontro al dolore di qualcuno senza esporre se stessi al rischio di sentirsi indifesi a propria volta. Tale rischio non mancherebbe nemmeno nelle professioni di aiuto, dal momento che è del tutto improbabile isolare ermeticamente il proprio cuore dal dolore che attraversa quello di un’altra persona.

La vera compassione però, aggiunge l’autrice, corrisponderebbe in questo caso all’abilità di sostenere le persone in modo tale che arrivino ad essere in grado di trovare la forza in sé stesse. Farsi coinvolgere nel dolore di un’altra persona credendo di offrire conforto non è né saggio né utile a nessuno. Serve solo a togliere alla persona l’abilità di raccogliere le proprie forze per affrontare una realtà difficile.

Come già chiaramente messo in evidenza in alcuni articoli dedicati al tema dell’ascolto profondo, in situazioni simili l’unica cosa che è opportuno fare è semplicemente offrire con gentilezza la propria presenza, senza suggerire nulla, senza trovare soluzioni che nella maggior parte dei casi nessuno sta richiedendo.

Il sentimento della compassione avrebbe dunque diversi aspetti in comune con l’empatia. In entrambi i casi l’autenticità personale viene espressa nel saper offrire all’altra persona i sentimenti più nobili che riescono ad emergere in noi nel momento in cui non abbiamo timore della nostra fragilità.