Il frenetico evitamento dell’infelicità

La frenetica ricerca dell'evitamento dell'infelicità non può condurre ad una stabile condizione di gioia, se manca un autentico scopo di vita

evitamento dell'infelicità
L’evitamento dell’infelicità – immagine da pixabay.com

La ricerca della felicità è probabilmente da sempre uno dei più importanti scopi dell’esistenza umana. Naturalmente, esistono diverse strade per raggiungere questa meta, ed il solo fatto di desiderarla e di impegnarsi a raggiungerla crea in noi importanti cambiamenti interiori. Non di rado però oggi assistiamo a scenari che non sembrano avere come fine la ricerca della felicità, quanto un’ossessivo evitamento dell’infelicità, ad ogni costo.

In un interessante articolo pubblicato circa un anno fa nella sezione “filosofia” del sito della BBC, dal titolo “Why our pursuit of happiness may be flawed“, viene proposta una riflessione proprio su questo tema: la nostra ossessiva ricerca della felicità può trasformarsi in una mappa che ci può condurre solamente verso la strada della delusione.

Secondo l’autore, sempre più aspetti della vita moderna sembrano essere valutati unicamente sulla base del loro contributo alla nostra felicità. Dedichiamo molto tempo a pensare a quanto le nostre relazioni, il nostro lavoro, la casa, il nostro corpo, e persino la dieta che facciamo, possono renderci felici. E forse ne dedichiamo ancora di più a pensare a che cosa stiamo sbagliando, se i risultati non sembrano corrispondere alle nostre ambiziose aspettative.

Il moderno concetto di felicità tenderebbe sempre più ad essere considerato il “sommo bene”, il bene più elevato da cui scaturiscono tutti gli altri. E in questa logica, l’infelicità diventa il “sommo male”. L’evitamento dell’infelicità diventa dunque qualcosa da perseguire ad ogni costo. Nell’articolo viene citata una ricerca che sembra indicare quanto la ricerca ossessiva della felicità possa essere correlata ad un maggior rischio di depressione. Ma forse, è sufficiente riflettere con onestà su questo aspetto per potersene rendere conto autonomamente.

La moderna concezione della felicità, prosegue l’autore, avrebbe infatti una base sostanzialmente pratica più che filosofica, come probabilmente accadeva invece in passato. Il focus non è tanto su cosa sia la felicità, ma ci si limita a chiedersi come ottenerla. Siamo talmente orientati verso l’evitamento dell’infelicità che tendiamo a ridurre la felicità al banale concetto di opposto della tristezza o della depressione.

Oggi esiste un intero mercato che offre “tecniche di felicità”, basta dare un’occhiata nelle librerie a quanti volumi sono stati scritti sul pensiero positivo e su tecniche di auto aiuto miranti a produrre nel cervello meno reazioni chimiche che rendono tristi, e più reazioni chimiche che rendono felici.

Evitamento dell’infelicità o Gioia?

Ma il punto, come abbiamo già accennato in altri articoli, è che una concezione della felicità come questa sembra dipendere unicamente da effimeri momenti di attivazione emozionale, legati solamente alle circostanze esteriori della nostra vita. Sarebbe dunque forse più opportuno, in questo caso, parlare di stati di eccitazione emotiva, più che di autentica felicità, finalizzati più che altro all’evitamento dell’infelicità.

E’ per questo motivo che, personalmente, tendo a preferire il termine gioia, a quello di felicità. Uno stato di autentica gioia si caratterizza per una certa stabilità e permanenza, indipendentemente da fattori condizionanti esterni. Esso è basato su un’autentica forza del cuore, conseguita di chi ha saputo affrontare ed accogliere la vita con saggezza e con uno sguardo sulla bellezza di ciò che Jung definiva poeticamente “l’Eterno nell’uomo”.

Perseguire il massimo piacere

In linea con quella che oggi sembrerebbe essere la via più praticata, potremmo forse anche chiederci se la felicità coincida di fatto con il perseguimento del piacere. Una vita spesa a fare cose che ci fanno stare bene, che ci divertono, e che ci mantengono lontani dalla tristezza potrebbe forse essere ritenuta una “bella vita”, o una “buona vita”. Riprendendo però quanto afferma l’autore dell’articolo citato, massimizzare il piacere è un’opzione che non garantisce necessariamente un risultato.

Ogni vita, anche la più fortunata, non può certamente rimanere totalmente al riparo dal dolore. Perdite dolorose, grandi delusioni, varie forme di sofferenza o solitudine tendono prima o poi a fare la loro comparsa sulla scena di qualsiasi esistenza umana. E’ senza dubbio vero che esiste una grande variabilità interindividuale in questo, ma il dolore sembra essere un’inevitabile conseguenza del semplice fatto di essere vivi.

Può dunque una strategia basata solo sull’evitamento dell’infelicità garantirci un’adeguata protezione da tutti quei dolorosi fattori ambientali a cui le nostre vite sono inevitabilmente esposte? Nietzsche, nella sua opera “Genealogia della morale“, affermava che l’essere umano non rifiuta la sofferenza in quanto tale.

Egli potrebbe addirittura ricercarla, desiderarla, purché per essa esista uno scopo. Il dolore, per Nietzsche, non sarebbe dunque alleviato attraverso l’evitamento della sofferenza e la ricerca del piacere, ma mediante un’autentica ricerca di significato.

La parte più grande della nostra felicità o infelicità dipende dal nostro carattere e non dalle circostanze

Nelson Mandela

Evitamento dell’infelicità e scopo della vita

A questa interessante riflessione potremmo anche aggiungerne un’altra, sempre di Nietzsche, che ci ricorda che quando nella nostra vita siamo in grado di riconoscere un “perchè”, siamo anche in grado di accettare qualsiasi “come”. Avere uno scopo, un nobile fine da perseguire, ci pone dunque in una condizione di decentramento rispetto alla collocazione di noi stessi al centro del dramma della nostra esistenza.

E forse non vi è nulla di più prezioso che riuscire a mantenere nel proprio cuore la consapevolezza di avere uno scopo nobile, di avere un fine prezioso verso cui orientare la nostra vita, quando le inevitabili avversità dell’esistenza sembrano bussare alla nostra porta.

Forse dovremmo davvero imparare ad osservare il dramma della nostra esistenza con consapevolezza, ma anche, come affermava Jung, con l’atteggiamento di chi osserva un temporale nella valle dalla cima di un monte.

La pratica della felicità

Nelle sue osservazioni conclusive, Nat Rutherford, autore dell’articolo su cui abbiamo costruito le riflessioni qui riportate, sottolinea il fatto che la felicità non dovrebbe essere considerata come uno stato mentale che può essere conquistato in via definitiva. Essa andrebbe piuttosto intesa come una pratica che può essere coltivata con una modalità inevitabilmente approssimativa, in circostanze sulle quali possiamo esercitare qualche forma di controllo solo parziale, se non addirittura nullo.

In sostanza, questo tipo di atteggiamento aiuterebbe a dissipare l’illusoria speranza di poter pervenire ad uno stato permanente di felicità, evitando la delusione che inevitabilmente ci attende se intendiamo perseguire questo scopo mediante la pratica ossessiva dell’evitamento dell’infelicità.

Saggiamente, l’invito è dunque ad accogliere le imperfezioni della vita umana, imparando ad apprezzarle e a costruire una vita di prosperità nonostante esse. Ma forse potremmo spingerci anche oltre. Vi sono persone la cui forza del cuore è in grado di produrre stabilmente stati di gioia, anche nel mezzo delle peggiori circostanze esteriori.

Apprendere ad amare la vita indipendentemente dalle circostanze in cui si offre a noi è già di per sé espressione di grande maturità e saggezza. Ma per coloro che sono riusciti a comprendere come poter mantenere uno stato di gioia interiore, anche quando all’esterno imperversa la battaglia con la vita, vi è il dono di una gioia e di una pace assai più grandi.

In sostanza, la vera gioia della vita molto difficilmente può derivare da un mero impegno ad evitare l’infelicità, per quanto ossessivamente questo scopo possa essere perseguito. Ma forse non deriva nemmeno dallo sviluppo della capacità di aprirsi serenamente all’incertezza della vita e alle sue infinite sfumature di imprevedibilità, per quanto questo atteggiamento possa essere enormemente più prezioso.

Forse uno stato più profondo e autentico di gioia è a nostra disposizione quando siamo in grado di attribuire un senso autentico o un fine al nostre stesso esistere. E’ solo allora che può comparire nella nostra vita un prezioso barlume di saggezza. E’ solo allora che possiamo sfiorare quelle dimensioni di profondità e trascendenza che testimoniano l’infinita ampiezza della psiche umana.

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