Inconscio e Destino – le dinamiche che guidano la nostra vita

Qual'è il ruolo dell'inconscio nel determinare il nostro destino? Dipende naturalmente dalla definizione che diamo al concetto di "destino", ma il rapporto tra inconscio e destino è stato studiato con grande interesse da alcuni analisti e filosofi
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L’idea dell’esistenza di un misterioso legame tra Inconscio e Destino era presa in considerazione molto seriamente da Carl Gustav Jung. Così infatti si esprimeva, in una delle tante perle di saggezza che ci ha lasciato:

“Rendi cosciente l’inconscio, altrimenti sarà l’inconscio a guidare la tua vita e tu lo chiamerai destino”…

In un apposito articolo abbiamo affrontato un discorso più generale sul rapporto tra Destino e Psicologia. In esso si accennava al fatto che alcuni psicologi hanno formulato l’ipotesi che alla base di ciò che ai nostri occhi appare come “destino”, ci fosse in realtà la manifestazione di determinate forze inconsce. Queste “forze” appartengono ovviamente alla nostra personale sfera psichica, ma essendo di natura inconscia tendono ad agire pressoché completamente al di fuori del campo della nostra consapevolezza. I loro effetti apparirebbero pertanto come estranei a noi stessi, frutto del “Fato” o di qualche agente misterioso e sconosciuto.

In questo scritto, proveremo ad approfondire il particolare legame tra inconscio e destino, prendendo in considerazione queste ipotesi psicologiche di partenza. Cercheremo però anche di analizzare il potenziale esplicativo di questa teoria, perché un argomento così profondo ed enigmatico come la percezione di un “senso di destino” non può probabilmente né essere ridotto ad un fenomeno appartenente all’ambito della superstizione, né essere rifiutato tout court come irrazionale. Il mondo tende a dividersi tra persone che credono ingenuamente a tutto (anche all’esistenza di un destino imposto da forze esterne e non controllabili) e altre che rifiutano qualsiasi cosa non possa avere un riscontro di tipo sensoriale, scientifico o logico-razionale.

Questo scritto si rivolge prevalentemente a chi non si riconosce in nessuna delle due fazioni, essendo invece seriamente interessato a decodificare per mezzo dell’intuito, della saggezza e del buon senso, che cosa potrebbe celarsi dietro ad un fenomeno tanto affascinante e misterioso come quello del destino. Non è forse un caso che ad esso, le menti più illuminate del mondo antico e moderno, abbiano dedicato approfondite riflessioni. E queste meritano di essere penetrate intuitivamente e studiate con tutto il rispetto e l’impegno intellettuale che ad esse si deve riconoscere.

“Quel che temiamo più di ogni cosa, ha una proterva tendenza a succedere realmente”.
(Theodor Adorno)

inconscio e destino
Inconscio e Destino – Photo by Paige Muller on Unsplash

 

Dare Significato al rapporto tra inconscio e destino

Ritorniamo ancora all’articolo “Analisi e Destino” di Claudio Widmann, psicoanalista e profondo conoscitore del pensiero Junghiano. Vediamo innanzitutto la definizione che l’autore dà del rapporto tra inconscio e destino, ripercorrendone le caratteristiche fondamentali:

“…  il destino è immaginato come una forza sconosciuta, i cui disegni non sono condivisi e il cui senso sfugge alla comprensione, di fronte a cui l’uomo è impotente e che spesso finisce per assecondare suo malgrado…”.

Ne elenca poi i tratti essenziali:

  • “L’uomo ha sempre immaginato di soggiacere a una forza esterna e onnipotente (gli dei Suddhaivasa, le Moire);
  • Questa forza superiore persegue un disegno oscuro, il cui senso sfugge alla comprensione umana (il dio che gioca con la vita di Giobbe o di Faust);
  • Il disegno fatale è delineato fin dall’inizio e talvolta viene rivelato dai veggenti (l’ascesi per il Buddha, la cavalleria per il Parsifal);
  • L’uomo non è in grado di sottrarsi a questi disegni (gli sforzi di Suddohana sono vani quanto quelli di Herzeloide), al contrario: con i suoi tentativi di sfuggirvi partecipa attivamente alla loro realizzazione (la fuga verso Samarcanda);
  • Eventi che punteggiano l’intera vita della persona risultano coerenti all’interno del disegno fatale e acquistano senso solo alla luce di esso (l’esposizione di Edipo si collega col suo allontanamento da casa, con la risposta data alla Sfinge, col parricidio, con l’incesto, eccetera)”.

Entrando poi nel merito della questione strettamente psicologica del concetto di destino, Widmann esprime la questione con grande chiarezza. Essa, come vedremo, non è necessariamente corretta o esaustiva, ma rimane comunque estremamente interessante. Ne riportiamo pertanto l’estratto più significativo del suo articolo.

“Partecipare al proprio destino significa in primo luogo partecipare alla conoscenza del proprio piano;
rendersi permeabili alle intenzioni dell’inconscio.
Con la forza del linguaggio simbolico miti e racconti ci dicono che quando l’Io agisce in opposizione all’inconscio perde: la vana cavalcata verso Samarcanda ne è un esempio…”.

“Riformulare il concetto di destino in termini di psicologia del profondo significa riportare la sede del fato dall’ultramondo al regno dell’inconscio;
significa sottrarre la trama del destino a un qualche dio esterno per ritrovarla nella totalità umana di conscio e inconscio;
significa riconoscere nelle espressioni dell’inconscio e non nei vaticini dei profeti le «immagini che ci definiscono»;
significa riaffermare la partecipazione e la responsabilità dell’Io al progetto esistenziale del Sé.
È compito dell’Io prestare ascolto alle voci enigmatiche dell’inconsciocoglierne il senso non per sopprimerlo, ma per esprimerlo; mettere a disposizione del «piano» individuale le proprie capacità di coscienza, di scelta, di operatività.
Spetta all’Io il faticoso compito di trasformare la ghianda in quercia, di diventare, alla fine di un lungo processo, quel che fin dall’inizio si è: Ecce Homo”.

“Chi non conosce i propri limiti, tema il destino”
Aristotele

Ripensare il nostro passato

Certo, la domanda potrebbe sembrare infantile, paradossale, o addirittura stupida. Ma ci siamo mai chiesti se determinate tappe, anche fondamentali, della nostra vita non siano state guidate da qualche tipo di processo interiore, del tutto nostro? Può davvero il nostro inconscio, come sembrano sostenere alcuni tra i più celebri psicologi del passato e del presente, determinare i meccanismi che conducono noi stessi ad andare incontro al nostro destino?

La domanda cessa immediatamente di essere banale o stupida nel momento in cui abbiamo chiaro il carattere teleologico dell’esistenza. Se siamo ragionevolmente propensi a ritenere che la nostra vita non possa non avere un fine ultimo, è di conseguenza difficile non ammettere anche il fatto che l’intera esistenza, nella sua totalità, si debba muovere verso questo fine ultimo. Diversa è la situazione in cui ci riconosciamo invece in una visione meccanicista dell’esistenza, in cui la successione degli eventi è riconducibile a cause passate o semplicemente al caso.

Basterebbe però chiedersi se, ciò che oggi siamo, saremmo potuto esserlo anche in assenza di tutto ciò che abbiamo incontrato lungo le strade tracciate per noi dal destino (o dal caso). La persone di grande saggezza e di invidiabile senso di gratitudine verso la vita non hanno di solito dubbi su questo aspetto: la vita guida inevitabilmente i nostri passi verso la realizzazione di ciò che realmente e pienamente siamo.

A volte si afferma che “al destino non manca il senso dell’ironia“. Ma l’ironia più sottile è però rendersi conto di come, anche se la nostra visione della vita è del tutto materialista, inconsciamente “collaboriamo” con il nostro destino. Indipendentemente dal nostro orientamento “filosofico-esistenziale”, forse imparare ad osservare e comprendere gli effetti di ciò che abbiamo definito “Daimon” all’interno della nostra realtà di vita, potrebbe essere un dono di straordinaria preziosità.

Riflettere sul nostro passato, senza rimpianti, senza sensi di colpa, senza risentimento e semplicemente con un meraviglioso “atteggiamento dell’osservatore“, ci può consentire di scoprire le tracce che il Daimon ha, qua e là, disseminato nel corso del tempo. In queste tracce vi sono preziose informazioni su ciò che possiamo divenire per far posto nella nostra vita ad un luminoso senso di realizzazione personale e transpersonale.

Il passato, in questo senso, cessa di essere unicamente interpretabile in senso causale. Cessa di essere visto come origine unica dei nostri guai del presente, per assumere piuttosto un senso di continuità con il più generale sviluppo e manifestazione del nostro Sé più ampio e globale. Se Jung e Hillman non si sbagliavano, e se nemmeno noi, in qualche momento di ispirata lucidità sul senso delle nostre esistenze, non ci sbagliamo nel pensare ad una natura teleologica del vissuto quotidiano, allora forse non dovremmo avere dubbi nemmeno sulla natura del nostro passato.

In quest’ottica, semplicemente, il passato non potrebbe non essere esattamente come è stato. Ad attrarre nella nostra vita quelle condizioni che ci hanno condotti ad essere ciò che oggi siamo, con tutti i dolori e le fatiche che abbiamo dovuto sopportare, forse non è stato il caso. La persona di grande saggezza non desidera per sé stessa niente di diverso da ciò che il suo passato è stato, perchè tutto aveva un senso. E allora perdoniamo, perdoniamoci e guardiamo al futuro. Proviamo gratitudine per quella meravigliosa esperienza che è la vita nella sua pienezza.

“Comunque si voglia designare ciò che sta in fondo alla psiche, certo è che queste energie forgiano il nostro destino”
(Carl Gustav Jung)

Il rapporto tra inconscio e destino può dunque dirsi definitivamente chiarito?

Personalmente, credo proprio di no. Quantomeno non nei termini riduttivi a cui l’inconscio, in questa particolare visione psicoanalitica, viene ricondotto. Sono molti infatti i “misteri” che ancora appaiono irrisolti, nonostante i significativi passi avanti. La questione del “destino” appare troppo profonda, troppo pregnante e troppo misteriosa, lungo tutta la storia dell’uomo. Persino nelle nostre vite, caratterizzate dal moderno razionalismo e dal rifiuto della superstizione, è una questione in grado di esercitare ancora un profondo interesse e fascino.

Un impianto teorico basato sul rapporto tra inconscio e destino si fa però molto più interessante nel momento in cui estendiamo il suo dominio anche alla sfera del Sé Transpersonale o Superiore, e alla sua funzione di “ispiratore” di un modello di esistenza sempre più elevato, complesso e consapevole. A mio personalissimo parere, l’ipotesi che nel nostro inconscio siano contenuti elementi che tendono a manifestarsi nella nostra vita sotto forma di “destino”, è senza dubbio verosimile e accettabile almeno fino a prova contraria. Essa si arricchisce però notevolmente se consideriamo l’inconscio come “l’interprete” di quegli “impulsi” che, almeno nelle menti più sottili, vengono percepiti come Scopo o Fine Ultimo della vita.

L’uomo moderno “in cerca dell’anima” (per usare un’espressione Junghiana) ha bisogno di trovare questo Senso e questo Fine. Ha bisogno di una visione fortemente teleologica dell’esistenza. In altri termini ha bisogno di un “Scopo” a cui conformare i propri valori più elevati, riconoscendo addirittura il suo Scopo personale come appartenente a qualcosa di più ampio ancora. Ed è a questo livello che le parole di Dante, riportate già nel precedente articolo, acquistano un significato di elevazione e nobiltà di spirito: “A maggior forza e a miglior natura liberi soggiacete“.

Inconscio e Destino nel Counseling con l’Esperienza Immaginativa

L’inconscio invia dei segnali, che, come elegantemente espresso da Widmann, nel tentativo di individuare il nesso psicologico tra inconscio e destino, possono apparire ambigui, incomprensibili, irrazionali o del tutto fantasiosi. Del suo già citato articolo riportiamo anche quanto segue, dal momento che risulta particolarmente utile ai fini della riflessione che viene qui introdotta.

“In termini psicologici questo potrebbe corrispondere a quelle immagini che vengono dall’inconscio e che in maniera molto oscura, ambigua e criptica parlano all’uomo del suo progetto, glielo rivelano.
I sogni e le immagini non differiscono in ciò dalle profezie.
Parlare di destino in senso analitico significa necessariamente parlare di simboli e di immagini;
soltanto attraverso lo sviluppo della vita simbolica individuale, soltanto attraverso la personale mitopoiesi, si possono leggere in filigrana le linee del «piano».
Dopo Jung chiamiamo «processo d’individuazione» quella concatenazione di eventi che costituiscono il «piano» di un’esistenza.
Ciò che è centrale cogliere è che questo piano appartiene alla totalità di conscio e inconscio e non alla consapevolezza dell’Io.
In questo senso il destino è sostanzialmente oscuro, impenetrabile, ignoto;
l’inconscio è tale esattamente perché non è conosciuto e rimane tale soltanto finché è inconoscibile.
Ciò non significa che nell’inconscio non giaccia una forma di conoscenza, se non addirittura di saggezza;”

Mediante l’utilizzo di una tecnica come quella del Counseling Psicologico con l’Esperienza Immaginativa (e quindi anche in un percorso di tipo non necessariamente psicoterapeutico) è possibile instaurare un dialogo con l’inconscio. E’ possibile accedere a quella forma di conoscenza o di saggezza di cui parla Widmann. La bellezza di questo metodo sta proprio nella sua potenzialità di rivolgerci alla totalità del Sé, e non solamente a quella porzione della psiche definibile come Io cosciente.

Come abbiamo detto, infatti, alla sfera dell’inconscio appartiene anche quella dimensione di Transpersonalità che può contenere il “segreto” del nostro Daimon personale. Questo Inconscio Superiore, o Sé Transpersonale, possiede di norma le più preziose chiavi della più profonda consapevolezza di noi stessi. Riuscire ad ascoltare la sua voce e “decodificare” quei messaggi, spesso criptici, che affiorano alla coscienza in momenti ben precisi è un’opportunità straordinaria di integrazione e di realizzazione personale e transpersonale.

“Circa un terzo dei miei casi non soffre di una nevrosi clinicamente determinabile, bensì del fatto di non trovare senso e scopo alla vita. Non ho nulla in contrario a che questo stato sia definito nevrosi comune del nostro tempo”
(Carl Gustav Jung)

Conflitto e Cambiamento Interiore

La ricerca di Senso e di Scopo nella vita era una necessità di un numero non indifferente di persone tra i casi seguiti da Jung. E’ un bisogno che appare però solamente negli individui che dispongono di adeguata capacità di riflettere su sé stessi e di un buon livello di consapevolezza.

Alla persona la cui vita si svolge per la maggior parte al di fuori della propria consapevolezza, lo svolgersi quotidiano degli eventi appare di norma come frutto esclusivo del caso. All’uomo individualizzato e incline alla ricerca di senso, le circostanze della vita iniziano ad apparire invece come messaggi da interpretare. Si offrono alla sua coscienza come esperienze di arricchimento interiore e opportunità di riflessione sulla propria natura.

L’uomo in grado di riflettere su sé stesso è consapevole di avere la forza per poter sottrarre terreno al dominio dell’inconsapevolezza. E così facendo si allontana dalla “via di minor resistenza”. Si allontana da quella corrente che trascina le moltitudini verso il sonno della coscienza, dando prova a sé stesso di essere in grado di “cambiare il proprio destino“.

E’ probabilmente vero che inconscio e destino, a qualche livello, si equivalgono. Ma l’inconscio può condurre lontano dalla volontà del nostro Sé superiore, quando manca una reale consapevolezza sulla sua natura, sui suoi effetti e sui suoi contenuti. Freud ebbe un’intuizione geniale quando osservò il fenomeno della coazione a ripetere, e questo è un ottimo esempio di un “destino” che tendiamo a perpetuare senza renderci conto che la sua origine giace nel reame del nostro inconscio personale.

Fino a quando non vi è nulla in noi che aneli a qualcosa di diverso, siamo in ogni caso al riparo da esperienze interiori più intense. Quando qualcosa in noi inizia a spingere la nostra consapevolezza verso un livello di maggiore integrazione e completezza, è possibile che si determini un conflitto interiore. Ma questo è un argomento troppo complesso che dovrà essere sviluppato con uno scritto a parte…

 


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