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Il simbolo del Centauro

Il simbolo del Centauro ha un particolare significato in alcuni ambiti della psicologia, proprio a causa della sua duplice natura umana e animale. Questo aspetto apre infatti a diverse riflessioni sulla natura di questo simbolo, a cui frequentemente si associa la necessità per l’uomo di acquisire consapevolezza della presenza entro sé stesso di forze istintive e pulsionali, che devono trovare un armonico equilibrio con quelle caratteristiche evolutivamente superiori che distinguono l’uomo dall’animale.

Il Dizionario dei Simboli (Chevalier-Gheerbrandt) riporta questa interessante specificazione sulle caratteristiche dei centauri: “Esseri mostruosi della mitologia greca, con testa, braccia e busto umani, il resto del corpo e le zampe di cavallo.
[…] Secondo la leggenda, sono ripartiti in due grandi famiglie: i figli nati dall’unione di Issione con una nuvola, che rappresentano la forza bruta, insensata e cieca, e i figli di Filira e di Crono, di cui il più celebre è Chirone, che rappresentano invece la forza benefica, al servizio dei giusti combattimenti.
[…] Nelle opere d’arte il volto dei Centauri è di solito intriso di tristezza. Rappresenterebbero la concupiscenza carnale – con tutte le sue brutali violenze – che rende l’uomo simile alle bestie quando non è equilibrata dalla potenza spirituale. Sono un’immagine toccante della duplice natura dell’uomo, bestiale e divino al tempo stesso”
.

Nello stesso dizionario si fa cenno anche al riflesso più specificatamente psicologico del simbolo del centauro, che rappresenterebbe “l’immagine di un inconscio che diventa padrone di tutta la personalità, si abbandona a ogni impulso e abolisce la lotta interiore”.

Simbolo del Centauro
il Simbolo del Centauro

Il simbolo del centauro Chirone e il guaritore ferito

Il Dizionario dei Simboli Garzanti riporta che nell’antica Grecia il centauro veniva inizialmente rappresentato come un essere istintivo, aggressivo e vittima dei propri istinti. Ma all’interno del panorama mitologico classico vi è spazio anche per la figura del Centauro quale simbolo non solo di animalità, ma anche di dominio sugli istinti.

Questa creatura possiede infatti sia le pulsioni di uno degli animali più simbolicamente rappresentativi di quella forza che gli psicoanalisti hanno definito “libido” (il cavallo), che la parte “superiore” dell’essere umano, ovvero quella che comprende il cuore la testa. Un essere, in altri termini, capace di unificare e armonizzare entro sé stesso gli istinti più primitivi (il territorio dell’ “Es”, nella visione Freudiana classica) con gli aspetti più nobili della natura umana, di amore e intelligenza.

Una creatura mitologica particolarmente rappresentativa della bellezza di questo processo di unificazione e trasmutazione di forze è senza dubbio il centauro Chirone. Egli non solo possedeva un animo buono, ma anche una grande saggezza e la capacità di guarire.

La sua commovente storia lo descrive come la vittima accidentale di una freccia avvelenata di Ercole, che provocò nel suo corpo una ferita che non sarebbe mai potuta guarire. Decise quindi di porre fine a quella condizione penosa rinunciando alla sua immortalità. La offrì quale sacrificio in grado di spezzare il tragico destino a cui Prometeo era stato condannato a causa del furto del Fuoco agli dei. Per questo gesto fu accolto in cielo come segno zodiacale del Sagittario, il cui simbolo non a caso è un arco ed una freccia, elemento spesso presente nelle raffigurazioni dei centauri.

E dunque non è forse un caso che persino Jung utilizzò questo simbolo per parlare dell’archetipo del “guaritore ferito“. Si tratta di una questione in troppi casi fraintesa ed abusata, anche se non si può negare che l’ascolto profondo del paziente e l’accoglienza empatica della sua sofferenza non possono non toccare profondamente anche gli spazi interiori del terapeuta.

Ciascun operatore, sulla base della propria esperienza personale, potrà confermare o smentire il fatto che per poter “guarire” è necessario essere stati “feriti”. Forse è così, o forse no. Personalmente mi “accontento” di essermi reso conto che la possibilità di “partecipare” al processo di cambiamento e di trasformazione interiore della persona che si affida a noi costituisce un grande dono, per il quale non si può non essere infinitamente grati alla vita…