Considerazioni Psicologiche sulla Morte

Argomenti di discussione sul tema della Morte e sull'importanza di una Vita espressa in Pienezza, Saggezza e Bellezza.
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L’esperienza della morte, dopo secoli di insegnamenti spirituali e filosofici, rimane comunque ancora fortemente caratterizzata dal dubbio e dal mistero. Ciascuno di noi, nel corso della propria esistenza, crea nella propria coscienza un’idea soggettiva su questa tematica.

La Psicologia non ha naturalmente più risposte di quelle che possono offrire altri ambiti di studio dell’esperienza umana. Essa può però fare molto per intervenire in quelle circostanze in cui l’esperienza della morte tocca da vicino la propria realtà personale. La morte è infatti, molto spesso associata al lutto, che colpisce le persone affettivamente legate al defunto.

Ma i timori legati a questo “grande passo” possono riguardare anche sé stessi, nel momento in cui, a seguito di infermità o vecchiaia, si avvicina il momento della morte. I contenuti di questo sito vertono generalmente verso l’importanza di un vivere in bellezza, saggezza e profondità. La morte può pertanto essere affrontata come una delle diverse crisi esistenziali che attraversiamo nel corso della vita.

Considerazioni Psicologiche sulla Morte - Psicologo Online
Considerazioni Psicologiche sulla Morte – Immagine da Pixabay.com

L’approssimarsi dell’esperienza della morte, affrontato con saggezza e consapevolezza, non può dunque che essere la conseguenza di una vita condotta in bellezza e pienezza. E su questo la Psicologia può davvero avere molto da offrire.

Alcune tradizioni orientali definiscono questo momento come un “processo di restituzione“. Senza addentrarci nella complessa profondità del significato che tali tradizioni attribuiscono a questa espressione, possiamo comunque pensarla come un momento in cui “restituiamo” alla Vita l’essenza di ciò che siamo stati, della ricchezza di sentimento che abbiamo saputo creare, della bellezza che abbiamo condiviso con le persone che hanno percorso con noi qualche tratto del nostro viaggio.

“Quello che mi ha sorpreso di più negli uomini dell’Occidente è che perdono la salute per fare i soldi e poi perdono i soldi per recuperare la salute.
Pensano tanto al futuro che dimenticano di vivere il presente in tale maniera che non riescono a vivere né il presente, né il futuro.
Vivono come se non dovessero morire mai e muoiono come se non avessero mai vissuto”

Dalai Lama

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4 commenti su “Considerazioni Psicologiche sulla Morte”

  1. Il tema della morte e la psicologia scientifica

    La Psicologia si propone sempre più come una “scienza del pensiero”, alla ricerca di metodi e tecniche che possano migliorare la vita delle persone. Il problema della morte fa però parte di un aspetto molti più ampio e complesso della realtà umana, che riguarda più specificatamente aspetti filosofici o religiosi.
    Mi chiedevo quale potrebbe essere l’approccio della psicologia di fronte alla riflessione sulla morte, perché senza dubbio agli psicologi è richiesto di saper offrire sostegno anche alle persone ormai prossime alla conclusione della loro vita.
    Grazie

    1. L’approccio della Psicologia nei confronti del tema della morte dipende in gran parte dalla personale visione che ciascun psicologo ha dell’esistenza. Data la vastità della questione, credo che l’argomento verrà approfondito in un articolo di prossima uscita.
      Per il momento mi limito a segnalare che alcuni tra gli psicologi del secolo scorso e di più grande spessore si sono posti con grande prudenza di fronte alla morte, considerandola semplicemente come un mistero e rinunciando a trarre conclusioni definitive. Essi si sono di fatto opposti alla visione materialistica dominante, secondo la quale la morte sarebbe semplicemente la fine dell’esistenza.

      In attesa di approfondire più dettagliatamente questi aspetti di innegabile importanza nella vita umana, riporto lo stralcio di un’intervista concessa dal padre della Psicologia Analitica, Carl Gustav Jung:

      D: Lei ha scritto, in varie occasioni, alcune frasi sulla morte, che mi hanno lasciato un po’ sorpreso. Ricordo per esempio che lei ha detto che la morte psicologicamente è altrettanto importante della nascita e, come la nascita, fa parte integrante della vita. Ma come fa a essere la nascita, se è una fine?

      C.G.Jung: Si è una fine, ma su questo non siamo del tutto sicuri, perché, vede, la psiche possiede facoltà particolari per cui non è del tutto confinata entro lo spazio e il tempo. Si possono fare sogni o avere visioni del futuro, si può vedere attraverso i muri e via dicendo.
      Solo gli ignoranti negano questi stati di fatto, è assolutamente evidente che questi fatti esistono e sono sempre esistiti. Ebbene, essi mostrano che la psiche, almeno in parte, non è soggetta a queste categorie.

      D: E allora?

      C.G.Jung: Se la psiche non soggiace all’obbligo di vivere esclusivamente nello spazio e nel tempo, e questo è pacifico, allora in certa misura la psiche non è soggetta a quelle leggi; il che significa in pratica una continuazione della vita in qualche forma di esistenza al di là del tempo e dello spazio.

      D: Lei personalmente crede che la morte sia la fine di tutto o crede che … ?

      C.G.Jung: Ecco, non saprei. Vede, la parola “credere” mi crea sempre difficoltà. Io non “credo”; devo trovare una ragione a sostegno di certe ipotesi. Oppure so una cosa, e allora la so, e non ho bisogno di crederci.
      Io non mi permetto, per esempio, di credere in una cosa per il gusto di crederci. Non ci riesco. Ma quando esistono sufficienti ragioni a favore di una certa ipotesi, allora la accetto … naturalmente. È come se dicessi:”dobbiamo tener conto della possibilità della tal cosa” … capisce?

      D: In pratica, lei ci ha detto che dovremmo considerare la morte come una meta

      C.G.Jung: Si!

      D: … e che ritrarci davanti a questo fatto è eludere la vita e privarla di scopo.

      C.G.Jung: Si, si!

      Nel video che segue è possibile vedere qualche altro passaggio estremamente interessante di questa intervista, come quello in cui afferma che l’analisi di diversi casi di persone anziane gli ha mostrato che l’inconscio, di fronte alla minaccia della morte, di una fine totale, semplicemente non la considera

      https://youtu.be/Epb-KObKCDo

  2. Alessandra

    Accompagnamento alla morte

    Mi chiedevo se la psicologia avesse qualche risposta anche per le persone che si occupano di assistere chi si trova di fronte a quell’ignoto passaggio che è la morte.
    In un certo senso, si vive a stretto contatto con il fine vita, pur non essendo ancora il proprio. Ma è un compito che tocca profondamente le proprie emozioni e richiama nel presente sentimenti che apparterranno probabilmente al nostro futuro.
    Ci sono consigli specifici per operare al meglio nell’accompagnamento alla morte di persone la cui ultima ora è prossima? Intendo, consigli sia per offrire a queste persone sempre la giusta parola, che per aiutarsi a rimanere in equilibrio psicologico in un ambito estremamente delicato come questo

    1. Alessandra, si tratta senza dubbio di un gesto estremamente coraggioso e amorevole quello di offrire un aiuto disinteressato alle persone che si preparano al trapasso.
      Personalmente non conosco nel dettaglio questo tipo di attività e non le so pertanto offrire suggerimenti sul modo di relazionarsi con il morente. Posso solo, eventualmente, indicarle qualche aspetto psicologico a cui prestare attenzione per riuscire ad essere centrata in sé stessa nella maniera più corretta.

      In ogni caso, lei certamente saprà che l’atteggiamento più importante da tenere in queste circostanze è quello di una totale ed autentica Empatia. Essere empatici significa sostanzialmente ascoltare con il cuore, rinunciando a voler offrire suggerimenti, consigli, soluzioni, visioni alternative e soprattutto a tentare di ridimensionare il problema. Il vissuto che la persona sperimenta in quel momento può essere anche drammatico, almeno per alcuni. Si sentirebbero del tutto inascoltati se tentassimo, nonostante una perfetta buona fede da parte nostra, di ridimensionare l’ampiezza che attribuiscono al problema.
      Credo che lei si sia già resa conto che in molte di queste occasioni, l’unica cosa che si può dire è che non siamo in grado di dire niente, se non che siamo profondamente toccati dalla situazione personale di chi si sta confidando con noi, e che semplicemente abbiamo piacere di aver potuto ricevere questa testimonianza.

      Per quanto riguarda il mantenimento dell’equilibrio interiore i casi sono così personalizzati che è difficile individuare qualche assunto generale. Direi che si può iniziare mantenendo un atteggiamento di “amorevole distacco“. Questo ossimoro indica semplicemente la necessità di avere un contatto di tipo amorevole con persone che stanno percorrendo le ultime fasi del sentiero della loro vita. Indica però anche che si dovrebbe riuscire a non fare proprie le emozioni dell’altro. Non si deve in sostanza passare dall’Empatia (che è sempre un atteggiamento di grande nobiltà) al contagio emotivo, che è invece sempre pericoloso e fuorviante.

      Il mantenimento dell’equilibrio per noi dipende anche dal motivo per cui siamo coinvolti in un accompagnamento alla morte: è una scelta, come ad esempio il volontariato? oppure ne siamo costretti perchè si tratta di una persona cara? In questo secondo caso il “distacco” è enormemente più difficile da conseguire.
      La lezione da apprendere dalla vita, in entrambi i casi, è quella di fare esperienza del fatto che la morte è una realtà che, pur tentando quotidianamente di esorcizzarla, fa parte integrante della nostra esistenza.
      Forse ci può essere utile renderci conto di questo fatto, al fine di non commettere l’errore di evitare di riflettere ogni giorno su quali sono i valori più importanti della nostra vita. Questo ci costringe a confrontarci con noi stessi, al fine di capire se stiamo facendo concretamente tutto ciò che è in nostro potere per essere ispirati da questi valori per e proseguire nella direzione da essi indicata.

      Un semplice esercizio psicologico che può aiutare nella creazione di uno spazio interiore di corretto “distacco” è l’esercizio di disidentificazione, di Roberto Assagioli. Esso può aiutare a mantenere il distacco non tanto dalla persona che stiamo seguendo, ma dalle nostre stesse emozioni, imparando innanzitutto a prenderne coscienza.

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