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Crisi Psicologica ed Esistenziale

Un ambito di discussione definibile come “Crisi Psicologica ed Esistenziale” è senza dubbio da considerare tra quelli più cari all’autore di queste pagine. La mia personale visione della Psicologia emerge infatti dalla consapevolezza dell’immenso valore interiorizzante della crisi psicologica e della luminosa bellezza che, paradossalmente, essa può infondere nella nostra coscienza.

Questo ambito dovrebbe essere affrontato con una totale predisposizione d’animo verso le dimensioni più profonde e delicate dell’essere umano. Pur essendo un contesto appartenente all’eterogenea categoria del disagio psicologico, la psicologia moderna si mostra spesso impreparata nell’affrontare il “vuoto di senso” o il “male di vivere”.

In questo particolare spazio dedicato alla Crisi Psicologica ed Esistenziale ci occuperemo in particolare di quell’ambito definibile come mancanza di uno scopo o di un fine ultimo, che, molto più di quanto si potrebbe immaginare, è in grado di condurre un certo numero di persone ad un inevitabile confronto con sé stesse. Una sofferenza interiore derivante dalla mancanza di una concezione teleologica dell’esistenza acquista molto probabilmente un significato più comprensibile in chiave Filosofica che Psicologica. Ma queste due discipline sono costrette ad allearsi di fronte a situazioni di sofferenza di questo tipo.

Possiamo tendenzialmente parlare di Crisi Psicologica ed Esistenziale quando le domande che poniamo a noi stessi sul senso dell’esistenza o sul fine ultimo della vita sono in numero superiore alle risposte che riusciamo a darci, o sono insoddisfacenti ad acquietare determinati tormenti interiori.

Crisi psicologica ed esistenziale

Crisi Psicologica ed Esistenziale – Photo by Sweet Ice Cream Photography on Unsplash

Personalmente, ritengo che l’elemento più importante da comprendere in una situazione di Crisi Psicologica ed Esistenziale sia la necessità di arrendersi all’evidenza che qualcosa in noi deve cambiare. Una parte di noi, una parte della nostra sfera psichica o del nostro cuore, non sopravviverà a questo evento.

La crisi ci pone spesso nella necessità di dover affrontare qualche scelta di fronte alla quale possiamo trovarci disorientati. L’unica “certezza” che possiamo avere è il fatto che un ritorno allo stato psicologico presente in noi prima della crisi non sembra possibile. Qualunque possa essere la nostra nuova strada, qualunque sarà il sentiero che sceglieremo di percorrere, tentare di ritornare alla “vecchia via” potrà solo complicare ulteriormente le cose.

I problemi più complessi della vita, affermava Carl Gustav Jung, possono solamente essere superati, non possono essere risolti. Pensiamo ad esempio ad una crisi psicologica innescata dalla sofferenza per la perdita di una persona cara. A questo, come a tanti altri eventi della vita, non ci può essere una soluzione che elimina il problema. Ci troviamo nella condizione di dover necessariamente creare in noi le condizioni per “superare” le difficili emozioni nate da questo momento difficile.

Esiste una massima, attribuita ad Albert Einstein, che affermava che i problemi non possono essere risolti al medesimo livello di coscienza in cui sono stati generati. Il valore più autentico di una Crisi Psicologica ed Esistenziale è dunque proprio questo: la possibilità di sviluppare in noi adeguate risorse psicologichefinalizzate non solo al superamento del momento di difficoltà, ma anche e soprattutto all’elevazione della nostra coscienza.

Abbiamo già avuto modo di analizzare l’importanza, anche da un punto di vista strettamente psicologico, di interrogarci sul fine ultimo dell’esistenza. In questa sezione, con il contributo delle domande poste dai lettori, proveremo ad approfondire quelle tematiche che, al confine tra i grandi temi della Psicologia, della Filosofia e della Spiritualità, possono offrirci spunti di riflessione sugli elementi che determinano le nostre crisi e, soprattutto, sul loro significato più autentico e sulle modalità per affrontarle e superarle.

A differenza dell’animale l’uomo sa di dover morire.
Questa consapevolezza lo obbliga al pensiero dell’ulteriorità che resta tale comunque la si pensi abitata: da Dio o dal nulla.
Ciò fa del futuro l’incognita dell’uomo e la traccia nascosta della sua angoscia segreta.
Non ci si angoscia per “questo” o per “quello”, ma per il nulla che ci precede e che ci attende.
Ed essendoci il nulla all’ingresso e all’uscita della nostra vita, insopprimibile sorge la domanda che chiede il senso del nostro esistere.
Un esistere per nulla o per Dio?
Umberto Galimberti

2 commenti su “Crisi Psicologica ed Esistenziale”

  1. Salve, sono un ragazzo di 21 anni e vorrei raccontarvi del problema che va avanti da circa 2 mesi e che vorrei cercare di risolvere al più presto. Mi scuso già in anticipo se il racconto possa risultare un po’ lungo, ma credo che ogni dettaglio sia fondamentale per dare una giusta analisi della situazione. Credo di soffrire d’ansia ma non ne sono sicuro; diciamo che è una sorta di autodiagnosi. La familiarità con l’ansia è già presente in famiglia, in particolar modo dalla parte paterna. Mio papà stesso ha sofferto d’ansia per diversi periodi, con un uso blando di ansiolitici prescritti dal medico curante. Non so dire se fin da piccolo ero una persona ansiosa, ma ricordo che per un periodo di alcuni mesi delle elementari lamentavo sempre un dolore al cuore (altro non era che palpitazioni e battito accelerato) e tanta paura proprio in un momento più stressante durante la scuola. In famiglia non posso dire di avere delle situazioni particolari. Ho un fratello più grande di me che soffre di diversi problemi fisici quali perdita della vista e crisi epilettiche occasionali che lo hanno portato fin da bambino a girare tra un ospedale e l’altro di visita in visita. Questa situazione mi ha portato ad essere sempre un po’ più responsabile di lui, nonostante la mia minore età e ad avere, con il passare del tempo un rapporto particolare con i miei genitori. Questi infatti posseggono da quando sono nato un’attività ristorativa proprio sotto casa nostra e diciamo che il lavoro non ci lascia mai in pace. Riconosco che il loro carattere è di vecchio stampo, fondato sul lavoro e sui sacrifici per raggiungere il proprio scopo, ed è quello che posso considerare come una mia linea di pensiero. Come dicevo il mio rapporto con loro è fatto di alti e bassi; non mi hanno mai obbligato a far nulla, ma soprattutto non mi hanno mai incitato a fare nulla, anzi. Ogni mia idea od iniziativa era sempre criticata o mal interpretata e questo ha fatto crescere in me una sorta di competizione continua con me stesso e con loro per poter dimostrare il contrario delle loro opinioni. Come dicevo, non sono convinto di essere ansioso, ma sicuramente da sempre posso dire di essere un po’ ipocondriaco. Il picco l’ho raggiunto in seconda superiore dove in 3 mesi circa sono riuscito a perdere 13 chili a seguito di un ricovero per infiammazione all’appendicite. Nei mesi successivi stavo continuamente male, avevo sempre dolori alla pancia e nel periodo a seguito del ricovero non toccavo quasi cibo. Negli anni successivi posso dire che la situazione era tornata alla normalità e che la mia vita procedeva normalmente. I problemi “veri” sono iniziati all’inizio della quinta superiore. Questo per me era un anno stressante fatto di scuola, preparazione all’esame, corsi pomeridiani settimanali per preparare il progetto maturità, una competizione di barman che mi ha portato ad allenarmi per diversi mesi dopo scuola, scuola guida per la patente e 2 allenamenti alla settimana di basket che avevo ricominciato a praticare dopo diversi anni. In particolare quest’ultima, mi portava a soffrire di una fortissima paura che forse potrei definire ansia da prestazione prima di ogni allenamento, fatta di mal di pancia e nausea. In più, come se non bastasse, avevo cominciato a soffrire di questi dolori addominali con nausea ogni mattina nel tragitto casa-scuola. Questo prolungarsi di situazioni stressanti mi ha portato con il lungo andare di percepire delle sensazioni a me ancora sconosciute. Ricordo che il primo pensiero che mi mise forte paura ed agitazione fu: “ma se il tempo non passasse?”. Avevo la sensazione alcune volte (solitamente durante gli allenamenti e durante le ore di scuola) che il tempo non trascorresse. Sicuramente era una mia sensazione e a conti fatti ora può sembrare stupido, ma allora questo mi faceva provare paura ed agitazione. Oltre a questo, era cominciato ad arrivare il pensiero di non pensare, la così detta “testa vuota”. Ogni volta che provavo a pensare a questo pensiero, credevo di non pensare. Mi sembrava strano all’epoca perché queste cose non le avevo mai provate e quando mi saltavano alla mente mi incutevano terrore. Nonostante tutto queste preoccupazioni non erano continue e martellanti, ma ancora abbastanza lievi. Infatti finita la maturità decisi di partire per la stagione estiva al mare, dove lavoravo in un hotel come cameriere. Per me fu un esperienza faticosa ma del tutto nuova, fatta di nuove amicizie, il mio primo e vero innamoramento e la mia prima vera esperienza fuori casa. I pensieri che mi avevano accompagnato occasionalmente nei 5 mesi precedenti erano del tutto spariti. Tornato a casa a settembre dello stesso anno ricominciò per me un periodo nuovamente stressante e stancante. Avevo cominciato a lavorare sempre come cameriere in un ristorante. Odiavo quel lavoro. Non andavo d’accordo con i colleghi che mi trattavano veramente come l’ultimo arrivato, ma soprattutto con il titolare che continuò a pagarmi a nero per tutta la durata del mio lavoro senza mai preoccuparsi di farmi un contratto. Le ore di lavoro erano molte e quelle di sonno sempre meno ed in più percorrevo all’incirca 80 km al giorno per potermi spostare da casa al luogo di lavoro. Nonostante tutto continuai l’impiego perché avevo bisogno di soldi che mi avrebbero permesso nello stesso anno di poter raggiungere l’obiettivo di traferirmi nella capitale per poter intraprendere gli studi per poter diventare un doppiatore. Oltre a ciò iniziai un corso serale di recitazione e cominciai a frequentare 3 volte alla settimana la palestra per allenarmi. Nel mese di giugno dello stesso anno, dopo 6 mesi di duro lavoro e stress, decisi di ritornare a lavorare sempre come stagionale nell’albergo dell’anno precedente. Ed è qui che sono ritornati i problemi. Ricordo che già la prima sera che mi trovavo in alloggio mentre stavo cercando di addormentarmi improvvisamente, così, senza nessun preavviso, mi saltò un pensiero che fino ad allora non avevo mai sperimentato:” e se diventassi pazzo?”.lì per lì la cosa mi terrorizzò molto e mi chiesi perché mi era venuto alla mente un’idea così malsana. Essendo ipocondriaco di natura cominciai a cercare risposte su internet e trovai un articolo che diceva che solo il fatto di pensarlo stava a significare che non lo ero. Questo mi aveva tranquillizzato, ma nel mese succesivo anche quando ero in compagnia di altre persone mi immaginavo che avessi potuto tirargli un pugno o magari quando camminavo lungo al marciapiede che potevo di colpo gettarmi sotto un ‘auto in corsa. Sapevo che non lo avrei mai fatto, ma il pensiero mi generava preoccupazione. Nel primo mese la cosa era ancora controllabile e episodica ma nei primi giorni di luglio, durante una serata in discoteca, qualcosa cambiò. Come avevo già detto nei mesi precedenti avevo cominciato a scrivere ad una ragazza che avevo conosciuto nella stagione passata. Era la prima volta che provavo una cosa tanto forte per una persona e non c’era un giorno che non pensassi a lei. Quella sera, mentre stavo ballando, d’improvviso un altro pensiero intrusivo si precipitò nella mia mente: “ma io sto pensando solamente a lei e a nient’altro da più di 8 mesi”. Boom, ancora terrore e paura. Può sembrare strana come cosa. La mia parte razionale sapeva che non era così ma nonostante tutto l’idea mi generò talmente tanta tensione e paura che la stessa mattina del giorno seguente tornato a casa mi chiusi in bagno ed ebbi il mio primo “semi” attacco di panico. Facevo fatica a respirare, il cuore batteva forte e il pensiero ossessivo della notte prima continuava a terrorizzarmi. Questo durò pochi secondi e riuscì in qualche modo a controllarlo. A seguito di questo episodio ritornarono i pensieri della testa vuota, del pensare di non pensare che mi generavano ogni giorno uno stato di tensione ogni qualvolta ci ripensassi. Come persona non ero cambito; continuavo ad uscire, al lavoro (lo utilizzavo come una sorta di “medicina” per poter non pensare) nonostante le responsabilità ed il rapporto con i colleghi andava bene, ero ironico con tutti e scherzavo continuamente, ma quando mi fermavo a pensare ricadevo nella paura. All’epoca non avevo ancora identificato il mio stato come ansia, ma l’avevo definito come stress da lavoro. Una volta aver dato un nome al mio stato psicologico, mi si presentò davanti la paura del continuare a star male una volta ritornato a casa in quanto per me il vero responsabile del mio male era la tensione che si era creata nel mio impiego. Una volta ritornato a casa, nonostante le mie paure, come per magia, i pensieri sparirono del tutto. Non ebbi più quella sensazione e ripresi normalmente la mia vita. Mi iscrissi nuovamente in palestra, mi dedicai molto alla mia alimentazione cambiandola drasticamente ed iniziando una dieta, concedendomi ogni settimana un giorno dove potevo sgarrare e mangiare come volevo per cercare di aiutarmi nel svolgere questo cambio repentino. Andava tutto bene. A marzo mi sarei dovuto trasferire definitivamente a Roma per cominciare gli studi ma ovviamente arrivò un’altra botta. Durante una visita di controllo per un dolore che credevo fosse dovuto agli allenamenti in palestra, mi diagnosticarono inizialmente un tumore di origine maligna al testicolo destro. Posso dire di aver avuto paura quel giorno, soprattutto quando pronunciarono quella brutta parola che nessuno vorrebbe mai sentire. Inizialmente la vissi male, ma c’è da dire che durò molto poco. Nel giro di una settimana mi operarono e quella che sembrava essere una neoplasia maligna, si rivelò benigna. Un sospiro di sollievo, ve lo posso garantire. Il trasferimento era così rimandato a data da destinarsi, forse ottobre. Arrivò la quarantena che trascorsi in casa molto tranquillamente alternando serie tv e scoprendomi fornaio, pasticciere e ure cuoco. Arrivati al mese di maggio decisi che avrei dovuto trovarmi un lavoretto per mettere via gli ultimi due soldi prima di partire per Roma. Nonostante dopo l’ultima esperienza “traumatica” che mi aveva portato a dire stop con le stagioni estive, di mio malincuore optai nuovamente di tentare un’ultimissima stagione come cameriere. L’hotel era diverso ma la città sempre la stessa. Una volta arrivato in città mi ero promesso che questa volta il mio “stress da lavoro” non sarebbe più tornato. Mi iscrissi in palestra e ricominciai ad allenarmi dopo mesi di semi-fermo e in un primo periodo cercai di controllare la mia alimentazione, anche se sapevo che non sarebbe stato semplice. Ovviamente non andò come previsto. Ora, non so dire se esiste veramente un episodio scatenante della mia ansia, non ricordo minimamente come possa essere iniziata e non ricordo se l’ordine dei fatti iniziali possano essere successi in quest’ordine. Posso solo dire che, non so per quale motivo, incuriosito da questa cosa, cercai su internet “stress da lavoro”, “stress” o qualcosa di simile. Una delle prime vere domande che cominciò a preoccuparmi e che non sapevo se era frutto del mio cervello o di qualche elaborazione di pensiero dovuta al fatto di sapere di essere stato stressato per il lavoro fu: “perché dobbiamo lavorare tutta la vita?”. La cosa mi provocò una forte paura. Pensavo a questa cosa e mi venivano delle piccole palpitazioni. Non so per quale motivo ma continuavo a starci male. Ovviamente mi davo una risposta razionale e ero convinto della mi affermazione, ma nonostante tutto avevo paura. Ricercai nuovamente qualcosa su internet e casualmente venne fuori la parola ansia. Lessi i sintomi e capì in qualche modo che anche io ero affetto da questo disturbo. Ricordo che in un primo momento il conoscere questa cosa mi diede un senso di conforto e per i primi giorni ero abbastanza tranquillo. In seguito però si sviluppò in me una forte voglia di capire il perché avessi questa ansia che da buon ipocondriaco quale sono mi ero autodiagnosticato. Ovviamente decisi di chiedere aiuto al più grande dottore specialista in qualsiasi malattia esistente al mondo: internet. Da lì il declino. Per me diventò come una droga. Pur sapendo che mi avrebbe fatto male e che mi avrebbe portato ad altrettanti pensieri, non riuscivo a smettere di cercare. Ogni dubbio che avevo era una ricerca su internet. In primo luogo mi dava conforto, ma dopo i pensieri si accumulavano ed il mio cervello ne generava altri mille. Cominciai a leggere blog di psicologia, testimonianze di persone in cura, sintomi di qualsivoglia malattia mentale, domande esistenziali e centinaia di altre cose che se recuperassi la cronologia non saprei neanche da dove le possa aver prese. Non ero più sicuro di nulla. È come se ogni cosa della mia esistenza dovesse per forza avere un senso attribuibile alla mia psiche o al mio passato. Incominciai a chiedermi mille e mila domande alimentate dai sintomi che avevo letto tra i diversi disturbi mentali. Questi dubbi serie nel giro di poco più di un mese mi hanno assillato la mente rendendomi vulnerabile a tutto quello che mi circondava. Era come se la mia “ansia” cercasse ansia in qualsiasi cosa. “Perché frequento la palestra? Lo faccio per mia scelta o perché me lo impone la società che vuole un modello di fisico curato e muscoloso? O forse lo faccio solamente per bruciare più calorie per poter mangiare di più quando ho il giorno sgarro!” oppure “ è forse la società ad imporci qualsiasi cosa o siamo noi a decidere cosa vogliamo veramente fare?”. Dopo aver sentito la storia della mia ex titolare che purtroppo, dopo una lunga depressione aveva compiuto il gesto estremo, iniziarono le ricerche riguardanti la depressione. Ovviamente iniziai a leggere i vari sintomi che riguardassero questa brutta malattia ed iniziai a chiedermi se realmente li provassi anch’io. Volevo assolutamente capire che cosa mi stesse succedendo. Appresi che a differenza di quanto si possa pensare, la depressione non è solo star male, chiudersi in casa e non uscire più ma può essere anche sorridente, cioè far sembrare agli altri che tu non ce l’abbia. Questo mi mando ancora più in paranoia, perché il fatto che da sempre sono una persona cazzona e che ride sempre poteva stare a significare che comunque non ero felice. Da lì iniziarono le domande del “perché sono felice?”, con risposte che andavano dal “sono felice solo quando mangio perché sono 7 mesi che penso ogni giorno al cibo” fino al cercare di capire se ero felice quando ascoltavo una canzone, quando parlavo con qualcuno o solo quando ero insieme agli altri. Mi chiedevo se ero fellice della mia vita visto che i depressi provano malessere nei confronti di essa, incominciai a chiedermi se volevo vivere dato che i pazienti affetti non lo vogliono fare. Incominciai a pensare al suicidio, ma non perché lo volessi fare, ma solamente perché tra i sintomi depressivi c’era il ricorrente pensiero di compiere l’atto estremo (vi giuro che se penso ancora oggi di poterlo fare mi sale un brivido lungo la schiena per la paura.). una volta mi stavo lamentando con una collega riguardo ad una situazione accaduta in hotel e lei se ne uscì fuori con un sonoro “ti lamenti sempre”. Da lì mi è partita una paranoia mentale che riguardava il fatto che la nostra vita era basata solamente sul fatto di parlare di altri e di giudicare sempre quello che facevano. ASSURDO!! Arrivai a leggere articoli sulla schizofrenia mettendo in dubbio il fatto di aver avuto dei deliri, disturbo bipolare, disturbo ossessivo compulsivo, ipocondria da disturbi mentali, disturbo dell’alimentazione e chi più ne ha più ne metta. Incominciai ad interessarmi ala vita dei cantanti o artisti che avevano scelto di passare all’altro mondo; in particolare il dj AVICII, morto dopo un fortissimo stress da lavoro e ansia, e il frontman dei Linking Park Chester Bennington. In particolare sull’ultimo riuscì a trovare un intervista dove parlava intensamente della sua malattia mentale e di come questa lo avessero portato a pensare che tutti i giorni sembravano uguali e che ogni mattina era sempre più difficile alzarsi. Ovviamente, giusto per non farmi mancare nulla, incominciai a dubitare anche di questo riferito alla mia vita. Tranquilli, non mi feci mancare la ricerca sulle domande esistenziali. Quella che più di tutte mi colpì in un secondo momento dopo averla letta fu: “perché facciamo tutto questo se tanto sappiamo già che alla fine tutto finisce?”. Boom!!! Tachicardia a mille.
    Ora, dopo questa escalation di dubbi, vorrei precisare una cosa. Questa tanto famigerata ansia non mi colpiva sempre allo stesso modo. C’erano dei giorni molto no, dei giorni ni e dei giorni si. Non esisteva un momento preciso in cui mi colpiva. La maggior parte delle volte si presentava al mattino appena iniziato a lavorare e andavo un bel po’ scemando verso sera fino a scomparire del tutto, ma non era sempre così. Ovviamente non mi lasciavo abbattere da questi dubbi ma cercavo sempre di reagire attraverso la mia parte razionale; ad ogni domanda corrispondeva una risposta razionale al quale credevo fortemente, ma che forse non andava del tutto bene alla mia ansia. Non ho mai avuto attacchi di panico veri e propri ma diciamo che ogni volta che mi passava in testa una domanda mi veniva un colpetto al cuore, proprio come quando si prende uno spavento e da li incominciavo a farmi le mille questioni nella testa. Al lavoro continuavo ad andare bene nonostante la fatica di sapere che prima o poi queste maledette questioni sarebbero tornate a rompere le palle. In palestra sono continuato ad andare e anche il mio giorno di sgarro me lo sono sempre concesso. Con gli altri mi comportavo bene e continuavo ad avere il mio solito carattere da cazzone. La mia vita era come prima ma con questa costante preoccupazione e mille domande su qualsiasi cosa. Come ripeto il fatto di non sapere che cosa avevo mi ha portato a cercare sul web, alimentando ancora di più i miei dubbi. Ho avuto paura di poter perdere il controllo e di dover tornare a casa. Nonostante tutto sono riuscito a finire la stagione e a ritornare a casa. Ora come ora mi sento leggermente più tranquillo, ma le preoccupazioni rimangono. Le domande che più di tutte continuano a tormentarmi sono sempre legate al futuro e in qualche modo sono state generate dal mio cervello dopo queste letture sui vari siti internet. “Perché lo facciamo se tanto tutto dopo finisce?”, “ma se un giorno mi dovessi stufare di tutto quanto cosa mi succederà?”, ”ma se dovessi rimanere insoddisfatto di tutto?”, “ma qual è la differenza tra normale e non normale a livello psicologico? Ci comportiamo così perché siamo noi oppure perché ci viene imposto dal fatto che lo fanno gli altri?”. Ieri sera mi sono imbattuto nel guardare un video riguardante il film di Sorrentino ‘La grande bellezza’ e tra i commenti del post c’era scritto che il film cercava di sottolineare il vuoto esistenziale che c’è nella società moderna. Ovviamente ho voluto cercare anche quello su internet e leggendo quelle righe mi ha intimorito il fatto che ogni cosa che facciamo all’interno del nostro quotidiano serva solo per riempire un vuoto. Ma perché una persona deve arrivare a pensare a tutto ciò?!! Sia ben chiaro, come ho già detto non mi faccio buttare giù da questi miei dubbi. Ci sto male se ci penso ma reagisco sempre con la mia parte razionale, con risposte alle quali sono veramente convinto ma che non sembrano fermare i miei dubbi che continuano a rimanere nella mia testa. Da come si evince io voglio vivere, voglio fare un sacco di cose ma da quando mi sono fatto questo lavaggio del cervello con queste milioni di informazioni alle quali in vita mia mai avevo pensato, è come se ogni cosa che facessi o che facciamo debba avere per forza un significato profondo o che riguardi la nostra sfera psicologica. Adesso come mai prima d’ora ho paura del futuro e del fatto che un giorno possa veramente perdere il controllo della mia mente ed uscire fuori di testa in preda ad attacchi psicotici, ho paura che mi possa ritornare questa “ansia” in maniera ancora più aggressiva di prima con altre domande che porteranno la mia relatività a non riuscire più a dare una risposta, ho paura di trasferirmi a Roma perché sarò nuovamente da solo e lontano da casa in preda a mille pensieri, ho paura che un giorno mi possa stufare di tutto, della monotonia e diventare così depresso (sì perché ho letto che nel tot percento dei casi l’ansia si trasforma in depressione, e perché non dovrebbe succedere a me) , ho paura di come è e di come diventerà la nostra società dove sembra che ogni cosa che facciamo ci viene imposto da qualcosa di superiore e debba avere un significato che non fa parte della natura umana. Lo so, è pazzesco di come in poco più di un mese internet possa avere cambiato totalmente i miei dubbi aggiungendone altri mille. Ora come ora ho bisogno di un aiuto, di riuscire a capire che cos’ho e del perché mi si sono creati tutti questi dubbi nella testa che fino a 2 mesi fa sembravano non esistere. Lo so, sicuramente mi direte che dovrò incominciare un percorso di terapia con qualche psicologo per riuscire a capire il perché di questo problema, ma ho paura di come alcune cose che scoprirò possano cambiare totalmente la visione che ho avuto di me stesso fino ad adesso, generando altri mille dubbi nella testa. Sinceramente ho anche molta paura di prendere delle medicine quali ansiolitici o antidepressivi. So che in molti casi di alcune malattie sono veramente indispensabili, ma sono convinto che se dovessi assumerli inizierei a pensare che la mia felicità sia dovuta solo a quelli. Come vorrei sottolineare non credo che la tanto autodiagnosticata ansia possa essere paragonata a quelle di alcuni casi letti nei vari forum. È molto più controllabile. Le cose le faccio ancora normalmente, ma sempre con questa sorta di “musica di sottofondo” che mi accompagna ogni qual volta faccia qualcosa. Mentre non ci penso e mi comporto come ho sempre fatto e poi boom mi salgono i pensieri e mi ritornano le paranoie. Grazie per l’aiuto.

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    • Buongiorno Alessandro, la situazione che ha descritto è decisamente articolata e ricca di particolari. E’ molto difficile poter sciogliere i suoi dubbi senza un confronto personale e una valutazione basata non solamente sui dettagli forniti, ma anche sulle dinamiche alla base dei pensieri insistenti.
      Posso certamente comprendere il suo timore rispetto all’intraprendere un percorso con uno psicologo, quando afferma “ho paura di come alcune cose che scoprirò possano cambiare totalmente la visione che ho avuto di me stesso fino ad adesso, generando altri mille dubbi nella testa”. Ma quando il rapporto umano e professionale che si riesce a creare nel proprio percorso con lo psicologo è sufficientemente empatico, profondo e professionalmente efficace, il risultato non è mai la creazione di ulteriore confusione, ma, al contrario, un autentico incontro con sé stessi e la scoperta o l’affinamento di quelle risorse personali interiori che ci consentono di dare un senso alla nostra situazione esistenziale.
      Per questo motivo, proprio ora che si sta rendendo conto che un aiuto di questo tipo potrebbe rivelarsi prezioso, le raccomando caldamente di rivolgersi ad un professionista di sua fiducia per fare assieme almeno una prima valutazione.
      Le auguro di poter trovare al più presto serenità e fiducia

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