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Crisi Psicologica ed Esistenziale

Un ambito di discussione definibile come “Crisi Psicologica ed Esistenziale” è senza dubbio da considerare tra quelli più cari all’autore di queste pagine. La mia personale visione della Psicologia emerge infatti dalla consapevolezza dell’immenso valore interiorizzante della crisi psicologica e della luminosa bellezza che, paradossalmente, essa può infondere nella nostra coscienza.

Questo ambito dovrebbe essere affrontato con una totale predisposizione d’animo verso le dimensioni più profonde e delicate dell’essere umano. Pur essendo un contesto appartenente all’eterogenea categoria del disagio psicologico, la psicologia moderna si mostra spesso impreparata nell’affrontare il “vuoto di senso” o il “male di vivere”.

In questo particolare spazio dedicato alla Crisi Psicologica ed Esistenziale ci occuperemo in particolare di quell’ambito definibile come mancanza di uno scopo o di un fine ultimo, che, molto più di quanto si potrebbe immaginare, è in grado di condurre un certo numero di persone ad un inevitabile confronto con sé stesse. Una sofferenza interiore derivante dalla mancanza di una concezione teleologica dell’esistenza acquista molto probabilmente un significato più comprensibile in chiave Filosofica che Psicologica. Ma queste due discipline sono costrette ad allearsi di fronte a situazioni di sofferenza di questo tipo.

Possiamo tendenzialmente parlare di Crisi Psicologica ed Esistenziale quando le domande che poniamo a noi stessi sul senso dell’esistenza o sul fine ultimo della vita sono in numero superiore alle risposte che riusciamo a darci, o sono insoddisfacenti ad acquietare determinati tormenti interiori.

Crisi psicologica ed esistenziale

Crisi Psicologica ed Esistenziale – Photo by Sweet Ice Cream Photography on Unsplash

Personalmente, ritengo che l’elemento più importante da comprendere in una situazione di Crisi Psicologica ed Esistenziale sia la necessità di arrendersi all’evidenza che qualcosa in noi deve cambiare. Una parte di noi, una parte della nostra sfera psichica o del nostro cuore, non sopravviverà a questo evento.

La crisi ci pone spesso nella necessità di dover affrontare qualche scelta di fronte alla quale possiamo trovarci disorientati. L’unica “certezza” che possiamo avere è il fatto che un ritorno allo stato psicologico presente in noi prima della crisi non sembra possibile. Qualunque possa essere la nostra nuova strada, qualunque sarà il sentiero che sceglieremo di percorrere, tentare di ritornare alla “vecchia via” potrà solo complicare ulteriormente le cose.

I problemi più complessi della vita, affermava Carl Gustav Jung, possono solamente essere superati, non possono essere risolti. Pensiamo ad esempio ad una crisi psicologica innescata dalla sofferenza per la perdita di una persona cara. A questo, come a tanti altri eventi della vita, non ci può essere una soluzione che elimina il problema. Ci troviamo nella condizione di dover necessariamente creare in noi le condizioni per “superare” le difficili emozioni nate da questo momento difficile.

Esiste una massima, attribuita ad Albert Einstein, che affermava che i problemi non possono essere risolti al medesimo livello di coscienza in cui sono stati generati. Il valore più autentico di una Crisi Psicologica ed Esistenziale è dunque proprio questo: la possibilità di sviluppare in noi adeguate risorse psicologichefinalizzate non solo al superamento del momento di difficoltà, ma anche e soprattutto all’elevazione della nostra coscienza.

Abbiamo già avuto modo di analizzare l’importanza, anche da un punto di vista strettamente psicologico, di interrogarci sul fine ultimo dell’esistenza. In questa sezione, con il contributo delle domande poste dai lettori, proveremo ad approfondire quelle tematiche che, al confine tra i grandi temi della Psicologia, della Filosofia e della Spiritualità, possono offrirci spunti di riflessione sugli elementi che determinano le nostre crisi e, soprattutto, sul loro significato più autentico e sulle modalità per affrontarle e superarle.

A differenza dell’animale l’uomo sa di dover morire.
Questa consapevolezza lo obbliga al pensiero dell’ulteriorità che resta tale comunque la si pensi abitata: da Dio o dal nulla.
Ciò fa del futuro l’incognita dell’uomo e la traccia nascosta della sua angoscia segreta.
Non ci si angoscia per “questo” o per “quello”, ma per il nulla che ci precede e che ci attende.
Ed essendoci il nulla all’ingresso e all’uscita della nostra vita, insopprimibile sorge la domanda che chiede il senso del nostro esistere.
Un esistere per nulla o per Dio?
Umberto Galimberti

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