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Meditazione e Psicologia

Premetto che nella mia attività di psicologo non mi è mai capitato di invitare espressamente le persone ad avviare una pratica di meditazione, dal momento che il rapporto tra meditazione e psicologia, nella mia personale visione, è piuttosto complesso ed articolato. Il motivo credo sia ben riassumibile nella definizione del concetto di meditazione data dall’Enciclopedia di Psicologia Garzanti (1):

“Pratica mentale che, attraverso opportuni esercizi, porta a un oltrepassamento dell’esperienza abituale di tipo egocentrico e razionale , in vista di un assorbimento in una coscienza più vasta che consente di esprimere il proprio Sé più profondo e in armonia con il tutto, non più posto di fronte all’Io e così oggettivato, come è tipico del modo occidentale di pensare, ma avvertito come totalità di cui l’Io è parte.
Ogni meditazione, che ha metodi e finalità giustificati all’interno della tradizione spirituale da cui è promossa, utilizza la regolazione del respiro, la deprivazione percettiva, l’attenzione concentrata, posture corporee che favoriscono la concentrazione, visualizzazione di simboli che rappresentano gli stadi che si desiderano raggiungere, ripetizione cadenzata di espressioni sonore che distolgono dal mondo della parola regolato da categorie concettuali e razionali […].

Premetto anche che io stesso pratico la meditazione da più di 20 anni, e proprio per questa ragione non posso che trovarmi in pieno accordo con la definizione appena riportata. Oggi la meditazione è entrata a far parte della vita di moltissime persone. Non se ne parla più solamente in contesti legati alla spiritualità, ma anche negli ambiti relativi alla salute (non solo mentale), in contesti lavorativi e, addirittura, finanziari. La meditazione, in senso lato, è tendenzialmente considerata oggi come una tecnica il cui fine è sostanzialmente il miglioramento del benessere psicofisico personale.

Meditazione, psicologia e ricerca spirituale

Da psicologo, posso senza dubbio affermare che il benessere psicologico è di per se di una meta di straordinaria importanza, ma, ritornando alla definizione riportata, la meditazione è probabilmente molto di più. Per questa ragione ho affermato che il rapporto tra meditazione e psicologia è ben più complesso. Quando si parla di “assorbimento in una coscienza più vasta” o di “tradizione spirituale” alla base delle diverse tecniche meditative, non si sta solamente trascendendo l’ordinarietà dell’esperienza umana, ma anche il confine che separa l’ambito di lavoro dello psicologo da quello della ricerca spirituale personale.

Ritengo pertanto che la moderna definizione di meditazione, supportata in alcuni casi (come ad esempio la Mindfulness) da un corpus di ricerche scientifiche in costante espansione, possa valere limitatamente ai casi in cui questa tecnica è utilizzata con finalità molto vicine a quelle che caratterizzano il lavoro dello psicologo. Ecco i più comuni esempi di vantaggi e benefici psicologici della meditazione di cui molte riviste, anche scientifiche, oggi parlano:

  • miglioramento dello stato di salute in generale;
  • sviluppo delle capacità mentali in termini di creatività, concentrazione e capacità intuitive;
  • miglioramento della conoscenza di sé, dell’autostima e della gestione delle proprie emozioni;
  • miglioramento delle capacità di gestione dell’ansia e dello stress, con effetti positivi anche sul tono dell’umore;
  • miglioramento della qualità del sonno;

Nella mia personale esperienza e visione del rapporto tra meditazione e psicologia questi aspetti che, come ripeto, hanno di per sé un straordinaria importanza, sono solamente il primo livello dei potenziali benefici di questa tecnica.

Tipi di meditazione

La pretesa di riassumere in una definizione sintetica un ambito dell’esperienza umana come quello della meditazione, che ha la vastità di un oceano e una tradizione millenaria (non solamente orientale), potrebbe apparire senza dubbio azzardata. Questo articolo è però finalizzato solamente ad offrire qualche piccolo spunto di riflessione sul modo in cui gli ambiti della meditazione e della psicologia possono trovare terreno comune di espressione.

Per arrivare a comprendere quanto sia poco prudente cercare di dare una definizione unica al concetto di meditazione, sarebbe sufficiente fare attenzione al movente alla base di ciascuno dei diversi approcci e al tipo di esperienza psico-spirituale da essi favorito. Nella mia esperienza credo si possano riconoscere tre raggruppamenti sufficientemente omogenei di tecniche meditative.

1. Meditazione finalizzata al benessere personale

Rientrano in questa categoria la Mindfulness o la Meditazione Trascendentale, tanto per menzionare le più conosciute, e racchiude in sostanza tutte quelle tecniche il cui fine va nella direzione di quanto poco sopra già elencato. Di più difficile classificazione potrebbero essere le tecniche Buddhiste (da cui la Mindfulness deriva). Sono sostanzialmente finalizzate alla liberazione dalla sofferenza, ma per un praticante è difficile pensare alla sofferenza come ad un fatto personale.

Questo tipo di tecniche, come è facile comprendere, sono quelle che più si prestano ad un’integrazione tra meditazione e psicologia, dal momento che il benessere psicofisico è obiettivo di entrambe. La loro pratica non presenta particolari rischi, dal momento che si tratta per lo più di esercizi di concentrazione, visualizzazione e/o tecniche di rilassamento.

meditazione e psicologia
Meditazione e Psicologia
immagine da pixabay.com

2. Meditazione di tipo emozionale e “mistico-devozionale”

Lo scopo fondamentale di chi pratica tecniche meditative di questo tipo è sostanzialmente quello di pervenire all’unione mistica con un’entità di natura spirituale nella cui luce si desidera soggiornare. Tra esse, vi sono senza dubbio tutte quelle forme meditative che appartengono all’ambito dello Yoga (Yoga, in Sanscrito, significa infatti “unione”).

Sono generalmente praticate da persone con una marcata inclinazione devozionale e mistica, basata su qualità emotive il cui fondamento esprime generalmente qualità della natura umana che si distinguono per la loro particolare bellezza.

Spesso le meditazioni di questo tipo hanno infatti per oggetto temi come quello dell’amore universale, del bene collettivo, della pace, della gioia, della fratellanza, ecc. Sono però spesso finalizzate anche alla ricerca di quella trascendenza che annulla ogni pena, che reinterpreta le difficoltà della vita alla luce di un “qualcosa” di più grande in grado di “dare senso” anche al dolore e alle difficoltà.

Il focus è nettamente orientato verso l’aspetto emozionale. La pratica di queste tecniche è quella che, a mio avviso, espone al rischio più elevato di “controindicazioni“. Nei (purtroppo numerosi) casi in cui vengono praticate da persone con nuclei conflittuali interiori irrisolti o con forme di sofferenza psicologica mai affrontate, possono condurre a quel fenomeno che lo psicologo americano John Welwood ha definito “bypass spirituale” (2).

A questo argomento ho fatto accenno in un precedente articolo, definendolo come “la tendenza a pensare di aver raggiunto un’illuminante meta di trascendenza rispetto alla propria condizione umana, prima di essersi confrontati a fondo con quest’ultima ed averla accettata e rielaborata adeguatamente”.

Il rapporto tra meditazione e psicologia, in un ambito come questo, si fa ovviamente più difficile, dal momento che la ricerca di queste forme di spiritualità, meravigliose quando esprimono la vetta del cuore umano, può diventare proprio una via di fuga rispetto all’aiuto che la psicologia può offrire. Ma è ugualmente difficile perchè si entra nell’ambito di ciò che riguarda il proprio intimo e personalissimo rapporto con il divino, che, nei casi in cui non è possibile evitare di farlo, lo psicologo deve saper affrontare con grande delicatezza e buon senso.

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3. Meditazione di tipo mentale e “intuitiva”

E’ infine possibile, a mio avviso, individuare un terzo gruppo di tecniche meditative, generalmente del tutto sconosciute persino alla maggior parte dei praticanti. Esse hanno come base una raffinatissima ricerca interiore finalizzata al raggiungimento di mete di consapevolezza ed “illuminazione” psico-spirituale piuttosto ambiziose. Questo tipo di ricerca interiore sfrutta l’elemento intuizione nella sua forma più sottile.

Per quanto all’apparenza queste tecniche possano apparire molto più spinte sul versante “spirituale” rispetto alle meditazioni di tipo mistico, presentano però molti meno rischi (se non quando praticate in maniera sprovveduta). Il focus in questo caso è esclusivamente di tipo logico-mentale. La sintonizzazione con le frequenze delle sfere più luminose e trascendenti del Sé transpersonale richiede infatti uno sforzo intellettivo notevole e una centratura personale impeccabile, rendendole di fatto appetibili o accessibili solo ad un ristretto numero di individui.

La ricerca interiore non è guidata dal fascino per la bellezza delle immagini trascendenti che appaiono alla mente del mistico, ma piuttosto dalla consapevole lucidità dell’osservatore scientifico, che procede per deduzioni logiche a partire dai fatti che analizza. Si avvicinano infatti a questo tipo di meditazione generalmente solo persone con una mente piuttosto “limpida”, capaci di ferrea autodisciplina e di un invidiabile padronanza delle proprie emozioni (condizione ben diversa dal blocco o dalla repressione). Persone che, in sintesi, non hanno alcun interesse per l’aspetto emozionale della spiritualità, ma ambiscono ad una conoscenza diretta degli aspetti più sottili dell’uomo.

Anche percorsi di meditazioni di questo tipo, che richiedono generalmente un lavoro che si estende lungo tutto l’arco della propria vita, possono avere alla base il desiderio di operare per il bene dell’umanità. Alcuni praticanti meditano su temi di interesse collettivo, per apprendere come “fare luce” su problemi di ampia portata che richiedono di essere affrontati dall’umanità nel suo insieme. Ma in tutti i casi si tratta di una ricerca che offre progressivamente frutti sempre più preziosi con il crescere dell’affinamento di quelle raffinate capacità intuitive di cui si è alla ricerca.

Sviluppi del rapporto tra meditazione e psicologia

In conclusione, credo di poter affermare che molte delle tecniche meditative che ho conosciuto nell’arco della mia vita possono senza dubbio offrire un valido aiuto nella ricerca del proprio benessere psicologico. Il loro potenziale, se utilizzato saggiamente e facendo attenzione ad alcune controindicazioni, può offrire però molto anche sul piano spirituale.

Ma il motivo per cui sono sempre stato restio nel consigliare percorsi di questo tipo è dovuto al fatto che questo secondo aspetto esula dal perimetro professionale dello psicologo ed appartiene alla sfera personale del rapporto con il “sacro”, verso la quale, qualora effettivamente presente nella persona, deve essere manifestato il più profondo rispetto.

Laddove la meditazione venga invece utilizzata esclusivamente come strumento di benessere psicologico, credo non vi siano particolari controindicazioni ad un’integrazione ottimale con le tecniche e gli scopi della psicologia. Personalmente, ad esempio, quando vi sono le condizioni ottimali, cerco di avvalermi del metodo dell’Esperienza Immaginativa, che, al pari di alcune tra le tecniche meditative oggi disponibili, sfrutta il potere dell’immaginazione creativa per produrre il cambiamento psicologico.

Il grande vantaggio del metodo dell’Esperienza Immaginativa è la grande libertà di cui il paziente dispone di poter spaziare all’interno della propria sfera psichica, esprimendo tematiche che possono spaziare dagli aspetti pulsionali più basilari, fino alle più raffinate dimensioni della Trascendenza.

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NOTE
(1) – Galimberti U., 1999, Enciclopedia di Psicologia (“Le Garzantine”), Garzanti Libri S.p.A. – Pag. 632

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