Ma davvero siamo in guerra? Il valore psicologico delle parole

Mai come in questo momento dovrebbe essere prestata attenzione al valore psicologico delle parole. Parlare del coronavirus con metafore belliche elicita scenari drammatici nella mente delle persone
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In questi giorni assistiamo ad espressioni particolarmente forti come:
“in guerra contro il virus!”,
“ospedali in trincea”
“personale medico al fronte”
“una battaglia senza confini”
“una dura e difficile battaglia contro il Coronavirus”

L’elenco potrebbe essere praticamente infinito. Questi esempi, tratti da frasi pronunciate in questi giorni da alcuni esponenti politici ma anche dalla gente comune, possono bastare per fare una prima riflessione sul valore psicologico delle parole.

E questa riflessione è utile e doverosa quando ad essere in gioco è quel fragilissimo equilibrio che le persone tentano quotidianamente di costruire o mantenere.

Il valore psicologico delle parole distruttive

E’ noto da tempo in psicologia che una determinata parola elaborata dalla nostra mente facilita l’attivazione di una rete di altri termini semanticamente correlati ad essa. E’ definito effetto priming semantico, e il suo meccanismo di funzionamento è facilmente intuibile: se pensiamo ad esempio alla parola guerra, una serie di concetti semanticamente affini vengono in qualche modo stimolati nella nostra mente, favorendo, in questo caso, una più facile evocazione di termini come morte, distruzione, nemici, sofferenza, perdite, disastri, ecc.

Pensare al problema Covid-19 come ad una “guerra” ci predispone dunque ad affrontarlo con una serie di atteggiamenti, timori e reazioni emozionali che hanno una maggiore probabilità di essere gli stessi con cui si affronterebbe la presenza di una guerra vera e propria. E’ davvero questo ciò di cui abbiamo bisogno ora?

Un interessantissimo articolo apparso in tempi non sospetti sul The Guardian dal titolo “War on cancer’ metaphors may do harm, research shows“, che riporta i risultati di una ricerca condotta presso la Queen’s University in Canada, spiega come l’uso di metafore militari nella gestione delle malattie tumorali in molti casi rende le persone più fataliste sugli esiti delle cure.

In questo studio è stato evidenziato come alcuni pazienti traggano effettivamente beneficio nell’essere stimolate a “combattere una battaglia” contro la malattia. Ma su molte altre gli effetti del percepirsi invasi da cellule nemiche che devono essere combattute con determinazione” favorirebbe l’emergere di un atteggiamento molto più pesantemente orientato al fatalismo nei confronti della possibile evoluzione della malattia.

Il paziente più sensibile ed emotivamente vulnerabile potrebbe sentirsi caricato di un compito che percepisce come troppo impegnativo e di fronte al quale non ha alcuna possibilità di successo. Sarebbe ora interessante comprendere quale effetto potrebbe avere sulla popolazione in generale un approccio di tipo “militaristico”. E quale potrebbe essere invece l’effetto di un approccio che parta dalla necessità di comprendere con maggiore saggezza il delicato equilibrio tra esseri viventi che accompagna l’evoluzione del nostro pianeta da diversi milioni di anni?

Le parole sono finestre, oppure muri

Marshall B.Rosenberg
Ma davvero siamo in guerra? Il valore psicologico delle parole
Il valore psicologico delle parole
immagine da Pixabay.com

La necessità di individuare un nemico

La prof.ssa Polly Young-Eisendrath, in un articolo dal titolo “Don’t Wage War on COVID-19” afferma che l’uomo, per sua natura, di fronte ad una minaccia tende sempre a cercare un nemico e ad organizzarsi per distruggerlo. Il pensiero della guerra induce però nelle persone la percezione di un costante stato di incertezza e minaccia.

Prima ancora di aver cercato di comprendere la natura di questo virus e di aver avuto il tempo per studiare il modo più efficace per gestirlo, abbiamo provveduto ad entrare psicologicamente in guerra con esso. In questo momento di grave ed effettiva difficoltà, secondo l’autrice sarebbe molto più costruttivo un atteggiamento orientato alla consapevolezza che dovremmo abituarci a convivere con questo virus.

La vita sul nostro pianeta sarebbe infatti guidata da meccanismi di equilibrio, per cui entrare in guerra con una parte di essa significa inevitabilmente subirne le stesse pesanti conseguenze.

E credo proprio non si possa negare l’evidenza che la tendenza umana ad individuare sempre un nemico a cui attribuire ogni colpa potrebbe favorire un atteggiamento meno interessato all’assunzione di comportamenti responsabili ed equilibrati verso la costruzione di rapporti tra uomo e uomo e tra uomo e natura.

Empatia e valore psicologico delle parole

Di notevole interesse, in una riflessione sul valore psicologico delle parole, potrebbe essere anche il fatto che, sempre secondo un articolo riportato dal The Guardian, i paesi guidati da leader donne sembrano essere quelli che hanno saputo affrontare la crisi mostrando qualche pizzico di saggezza in più.

L’articolo si focalizza su alcuni esempi, come quello della trentanovenne primo ministro Neozelandese Jacinda Ardern, che ha scelto una modalità molto empatica di comunicazione. Ben lontana dai toni drammatici a cui molti grandi leader mondiali hanno fatto ricorso, ha preferito trasmettere un messaggio orientato alla speranza, alla fiducia, alla cooperazione e al senso di responsabilità dei cittadini.

Ha invocato la collaborazione dei cittadini con il carisma della gentilezza. Ha insistito sull’importanza di salvare vite umane, di prendersi cura dei propri vicini e delle persone più vulnerabili e a fare un sacrificio per un bene più grande, ottenendo come risposta un comportamento responsabile da parte dei neozelandesi.

E per concludere questa riflessione sul valore psicologico delle parole possiamo notare che non è forse un caso se i cittadini americani, ai primi segnali dell’arrivo della pandemia, si siano precipitati a fare la fila davanti ai negozi di armi.

I messaggi a cui il loro presidente ha abituato il mondo molto difficilmente avrebbero potuto far nascere nella coscienza dei cittadini statunitensi un messaggio di cooperazione e fiducia come quello di cui hanno beneficiato i neozelandesi.

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