La via della consapevolezza nella Psicologia orientale

La Psicologia Orientale, un vastissimo ed antico ambito di conoscenze che può offrire un notevole contributo allo studio della Personalità umana e al suo cammino verso la consapevolezza
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Il compianto prof.Aldo Carotenuto, nel suo “Trattato di Psicologia della Personalità(1), dedica un intero capitolo alla psicologia orientale, verso la quale “negli ultimi decenni, l’Occidente ha sviluppato un crescente e fecondo interesse”. Tra gli autori o le correnti di pensiero psicologico che più hanno cercato di avvicinarsi alle formulazioni orientali della personalità, egli cita in particolare Carl Rogers, i teorici della Gestalt, la psicologia umanistica e quella esistenziale, ma soprattutto Carl Gustav Jung.

Il celebre psichiatra svizzero formulò infatti, negli ultimi anni della sua vita, una concezione del “Sé” che “si avvicina considerevolmente a quella orientale: l’impersonalità del Sé come centro del processo di individuazione sembra coincidere con la concezione orientale del Sé come meta della autorealizzazione in cui l’Io, con tutta la sua ignoranza, lascia il posto a Dio, cioè, nella religiosità orientale, all'”amore intelligenza” di un Sé cosmico e universale” (p.448).

Le teorie psicologiche della personalità, afferma Carotenuto, non sono certamente un’invenzione esclusiva del mondo occidentale. Uno studio approfondito della mente e dei comportamenti umani sarebbe infatti già presente nella letteratura Vedica, risalente al IX secolo a.C. Sarebbe però stata la dottrina del Buddha, nato nel 563 a.C., ad imprimere l’impronta più rivoluzionaria e spirituale nel pensiero orientale. L’autore ne sintetizza con queste parole i principi fondamentali:

“Mutuata dalla cultura ariana è la concezione di una mente-anima-spirito radicata nell’inarrestabile, eterno mutamento della realtà, di un Sé interiore, o Atman, che coincide con il centro stesso della realtà, cosmica e individuale. Questa visione del Sé come centro individuale e cosmico al tempo stesso non è facile da integrare nelle nostre categorie interpretative occidentali dove molta enfasi è posta sulla concezione dell’individuo come entità separata. Un’ulteriore difficoltà è posta dall’induismo attraverso la sua concezione della reincarnazione dell’anima che pone in una luce assai particolare il tema dello sviluppo della personalità. In definitiva secondo questa prospettiva la personalità si estende prima e dopo la morte in un processo di trasformazione dell’identità che può durare varie generazioni.
Connesso al tema della trasmigrazione delle anime è il concetto di Karma, l’inevitabile bagaglio di esperienze che, nel bene e nel male, condiziona lo sviluppo della personalità e del comportamento nelle esistenze future.
La profonda implicazione di questa dottrina è che viene meno, in Oriente, l’attaccamento al concetto del “proprio” e del “mio”: la “mia” vita, il “mio” corpo fisico, i “miei” progetti, ecc. Tutte queste realtà sono viste come impermanenti, transitorie, fenomeni che passano ad altri dopo la morte, senza alcuna possibilità di controllo su di essi.
Pertanto il Sé come sostanza dell’individualità e al tempo stesso l’appartenenza ad un Sé cosmico e assoluto sono intimamente correlati. E se nelle varie dottrine esiste disaccordo sull’essenza dell’Atman come principio metafisico, tutte concordano nel considerare l’Atman come l’agente morale del comportamento individuale. Così lo scopo ultimo del processo evolutivo spirituale è la scoperta della propria più intima e reale natura, l’Atman”
.

La Psicologia Orientale nel contesto Occidentale

Integrare aspetti di una tale lontananza rispetto alla tradizione psicologica accademica occidentale sembra dunque un’opera del tutto irrealizzabile. Non però per alcune figure di grande levatura umana e professionale, come fu ad esempio Jung. Alcune delle sue intuizioni più geniali come quella relativa all’esistenza nell’uomo di un Sé più ampio rispetto all’Io, al processo di Individuazione o al principio di Sincronicità acausale, costituiscono senza dubbio un esempio di feconda apertura verso un sapere lontano ma millenario.

Più oltre ancora si è spinto Roberto Assagioli, arrivato ad ipotizzare non solo un inconscio superiore, ma anche l’esistenza di un Sé Transpersonale o Trascendente. La Psicosintesi, disciplina a cui egli diede vita dopo essersi staccato dalle teorie Freudiane che aveva in un primo tempo abbracciato, è senza dubbio ricca di tecniche (come la meditazione o gli esercizi di immaginazione creativa) il cui debito verso il mondo della Psicologia Orientale appare piuttosto evidente.

Anche Abraham Maslow, noto agli studenti di psicologia pressoché esclusivamente per la sua teoria relativa alla piramide dei bisogni, dedicò buona parte dei suoi studi alla creazione della cosiddetta “Quarta forza” della psicologia, in grado di elevarsi al di sopra di quella “Terza forza” che già costituiva uno sforzo di trascendenza rispetto al dualismo psicoanalisi-comportamentismo in cui la psicologia del Novecento sembrava confinata. Così infatti si esprime nel testo “Verso una Psicologia dell’Essere“:

“Dovrei pure osservare che a mio avviso, la Terza forza della psicologia, è transitoria, è un prologo ad una Quarta psicologia ancora più ‘elevata’, trans-personale, trans-umana, incentrata sul cosmo anziché sui bisogni e sull’interesse umano, oltrepassante la condizione umana, l’identità, l’autorealizzazione e così via […].
Questi nuovi sviluppi potranno ben offrire una soddisfazione tangibile, utilizzabile, efficace all'”idealismo frustrato” di molte persone silenziosamente disperate, specialmente giovani […].
Senza il trascendente e il trans-personale diventiamo morbosi, violenti e nichilisti; oppure privi di speranza e apatici. Ci occorre qualcosa di “più grande di noi”, che sia per noi oggetto di reverenza e ci impegni in un senso nuovo, naturalistico, empirico e non chiesastico”.

“L’uomo che pensa, che riflette, che abbandona la chiacchiera futile per ascoltare la voce della propria anima alla ricerca di risposte alla propria sofferenza, appare un uomo malato.”

Aldo Carotenuto
Psicologia Orientale - psicologo online
Psicologia Orientale – immagine da: pixabay.com

Psicologia Orientale e innalzamento della coscienza individuale

A mio avviso una delle pagine più illuminanti del pensiero di Jung è quella che introduce nella teoria e nella pratica psicologica la possibilità di “superare” i problemi personali, anche quelli più profondi, grazie all’innalzamento del livello di coscienza individuale. Senza dubbio una simile considerazione non può non aver trovato quanto meno ispirazione dalla sua approfondita conoscenza della psicologia orientale. Nel testo “Il segreto del fiore d’oro” (scritto da Jung assieme all’orientalista tedesco Richard Wilhelm) egli esprime con queste chiarissime parole questa sua intuizione:
“Ho sempre lavorato con la convinzione, dettata dal mio temperamento, che in fondo non ci sono problemi insolubili. E l’esperienza mi ha dato ragione, perchè molto spesso ho visto quanto facilmente alcuni individui superavano un problema nel quale altri fallivano completamente.
Questo “superamento”, come lo chiamai in passato, risultava – come mi rivelò la mia esperienza successiva – da un innalzamento del livello di coscienza. Quando cioè nell’orizzonte del paziente compariva un qualsiasi interesse più elevato e più ampio, il problema insolubile perdeva tutta la sua urgenza grazie a questo ampliamento delle sue vedute.
Non veniva dunque risolto in modo logico, per sé stesso, ma sbiadiva di fronte a un nuovo e più forte orientamento dell’esistenza. Non veniva rimosso e reso inconscio, ma appariva semplicemente sotto un’altra luce, e diventava così realmente diverso. Ciò che a un livello inferiore avrebbe dato adito ai conflitti più selvaggi e a paurose tempeste affettive, appariva ora, considerato al livello più elevato della personalità, come un temporale nella valle visto dall’alto della cima di un monte.
Con ciò non si toglie alla bufera nulla della sua realtà, ma non le si sta più dentro, bensì al di sopra. Dato però che noi siamo, in senso psichico, nello stesso tempo valle e monte, sembra inverosimile che ci si possa proiettare oltre l’umano. E’ vero che, quando proviamo un affetto, ne siamo sconvolti e tormentati, ma nello stesso tempo è anche presente, in modo percettibile, una più alta consapevolezza, che ci impedisce di identificarci con quello stato affettivo […].
Di tanto in tanto capitavano, nella mia pratica terapeutica, eventi di questo tipo, e cioè che un paziente riuscisse a superare sé stesso grazie a potenzialità a lui sconosciute; ciò costituì per me l’esperienza più preziosa. Nel frattempo avevo infatti imparato che i problemi più importanti della vita sono, in fondo, tutti insolubili; e non possono non esserlo, perchè esprimono la necessaria polarità inerente a ogni sistema di autoregolazione.

Essi dunque non potranno mai essere risolti, ma soltanto superati. […] Nell’osservare il processo di sviluppo dei pazienti che tacitamente, quasi senza rendersene conto, erano riusciti a superare se stessi, vedevo che i loro destini avevano tutti un elemento comune, in quanto il nuovo giungeva loro dalla sfera delle potenzialità nascoste, o dall’esterno o dall’interno. Essi lo accettavano e crescevano con il suo aiuto”.

I pericoli della Psicologia Orientale

Profondo conoscitore delle più sottili dinamiche della psiche, Aldo Carotenuto non poteva non evidenziare anche l’aspetto meno affascinante della Psicologia Orientale. Trattandosi di un ambito non facilmente comprensibile alla mente occidentale, c’è il rischio di lasciarsi affascinare da insegnamenti o tecniche che richiederebbero conoscenze, stili di vita e predisposizioni intellettive o caratteriali non sempre adatte all’uomo occidentale. Ma soprattutto, parlando della tecnica di elezione della Psicologia Orientale, “come lo stesso Jung ha notato più volte, queste tecniche meditative possono comportare, in particolare negli occidentali, un rischio di inflazione psichica che renderebbe vano, se non pericoloso, lo sforzo di consapevolezza della natura della mente. Sembrerebbe cioè che prima di potersi avviare sulla strada della disidentificazione dai contenuti della mente e dell’Io, sarebbe opportuno e necessario aver sviluppato un Io, solidamente radicato e funzionante nella realtà. Altrimenti, come spessissimo è accaduto nell’incontro con l’Oriente, dagli anni ’60 in poi, una grande quantità di individui ha trovato nelle discipline orientali una “rispettabilissima” scappatoia al compito arduo e faticoso di costruire la propria identità, specchio immediato della quale sono le due aree della propria realizzazione professionale e delle relazioni interpersonali. In altre parole l’anelito spirituale finisce per coprire e legittimare una fuga dalle responsabilità, con enormi conseguenze negative sull’evoluzione psicologica di un individuo e sulla effettiva autenticità delle sue scelte di vita” (p.449).

In sostanza, prosegue Carotenuto, “non ci si può liberare di qualcosa che non c’è”. Non sarebbe dunque possibile liberare sé stessi dalla morsa di un Io che non sia stato precedentemente strutturato su solide basi. Ma quando ciò effettivamente si dovesse realizzare, sarebbe possibile fare esperienza non solamente di mete e conseguimenti nel mondo esteriore, ma anche soprattutto delle misteriose profondità della psiche.

Anche Roberto Assagioli era d’accordo con Jung sulla pericolosità dell’impiego di metodiche appartenenti alla Psicologia Orientale in assenza di seria preparazione e adeguata consapevolezza delle forze psichiche che vengono messe in moto. In un suo appunto manoscritto conservato presso l'”Archivio Assagioli” è riportato chiaramente che “secondo Jung è pericoloso, e spesso causa di disastri per gli occidentali di coltivare la spiritualità orientale, perché la nostra civiltà è giovane, che ha sviluppato rapidamente il lato intellettuale lasciando quello emotivo e istintivo in uno stato non sviluppato, primitivo, represso.
Perciò si forma uno contrasto troppo forte, e gli elementi primitivi irrompono.
La soluzione è di esplorare e sviluppare gli elementi arretrati dell’incosciente di pari passo con lo sviluppo spirituale. (E’ giustissimo)”
.

Vi è un detto popolare che afferma che se un albero non affonda saldamente le proprie radici nel terreno, non è in grado di estendere con sicurezza la sua chioma verso l’alto. L’effetto negativo sarebbe infatti quello di indebolirsi e di esporsi ai rischi ambientali e ai cambiamenti meteorologici.

Sembrerebbe essere una metafora appropriata anche da un punto di vista psicologico. Se non abbiamo un’adeguata consapevolezza dei contenuti del nostro inconscio, o peggio ancora se vi sono in esso aree non sviluppate di contenuti rimossi, essi non potranno per noi costituire quelle solide radici su cui basare l’avvio del processo di individuazione o di una ricerca interiore saggia ed equilibrata.

Ecco dunque perché non è raro incontrare persone che confondono un processo di presa di coscienza psicologica (ed eventualmente anche spirituale) con l’acquisizione di alcune informazioni basilari su dottrine o filosofie orientali che nei casi migliori possono almeno condurre ad una “visione consolatoria” della realtà e in quelli peggiori al rischio di perdere invece il contatto concreto con essa.

Conclusioni

Ho sempre avuto un certo interesse personale verso tutto ciò che possiamo raggruppare nel vastissimo panorama definibile come Psicologia Orientale. Ma questo interesse in realtà si fonda non tanto su un apprezzamento per le discipline orientali in quanto tali, quanto per la personale necessità di scoprire ciò che arricchisce di profondità e di senso la nostra esistenza; un interesse verso tutto ciò che tenta di osservare la vita nella bellezza del suo insondabile mistero.

Per questa e per altre ragioni altrettanto importanti, ritengo che pur nella consapevolezza dei pericoli già evidenziati da Jung ed altri studiosi, l’avvicinamento all’affascinante territorio della Psicologia Orientale non possa che offrire alla nostra disciplina margini di sviluppo di straordinaria ampiezza.

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(1) Aldo Carotenuto – Trattato di Psicologia della Personalità – Raffaello Cortina Editore – Prima edizione: 1991

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