La visione Orientale e Occidentale della felicità

La visione Orientale della felicità sembra offrire valori più solidi rispetto a quella Occidentale, ma non può essere adattabile a chiunque

La visione orientale e occidentale della felicità
La visione Orientale e Occidentale della felicità – immagine da pixabay.com

In questo sito sono già presenti diversi riferimenti al tema della felicità. Ho però trovato molto interessante un breve contributo su questo tema riportato nel sito “The School of Life“, dal titolo “Eastern vs Western Views of Happiness“, che tratta sinteticamente del differente approccio alla felicità nelle tradizioni Orientale ed Occidentale.

Nell’articolo viene prima di tutto posto in evidenza il fatto che la tradizione culturale Occidentale propone un modello della felicità basato sulla nostra capacità di agire concretamente al fine di conquistare spazi di realtà esteriore sempre più ampi. La felicità dipenderebbe in sostanza dalla nostra capacità di assicurarci risorse, di realizzare progetti ambiziosi e di pervenire ad importanti livelli di fama e riconoscimento.

La tradizione orientale offre invece un approccio completamente diverso alla questione della ricerca della felicità. Le sue due principali correnti, quella Induista e quella Buddista, sembrano convergere verso un orientamento rivolto non tanto alla conquista del mondo, quanto piuttosto all’acquisizione del dominio sullo “strumento” attraverso il quale osserviamo il mondo, ovvero la nostra mente.

Indipendentemente da quanto possano essere brillanti i nostri risultati, da quanto denaro riusciamo ad accumulare, da quanti amici siamo in grado di conquistare o da quanto celebre possa diventare il nostro nome, nulla di questo finisce per avere reale valore se la nostra mente mostra vulnerabilità all’inevitabile turbinio delle nostre emozioni.

Depressione, stati cronici di ansia, paure o infelicità nelle relazioni umane, sono esempi di stati della mente in grado di far scomparire qualsiasi piacere derivante anche dagli agi o dalle ricchezze più grandi.

Secondo la tradizione orientale non possiamo dunque sfuggire ai “capricci della mente“. Poco saggio sembra dunque essere il tentativo di organizzare la nostra esistenza in funzione della conquista di questi traguardi materiali se non abbiamo alcuna protezione verso il disagio interiore e la sofferenza psichica.

La visione Orientale suggerisce dunque di investire il proprio tempo nell’imparare a controllare e gestire quello “strumento indisciplinato” attraverso cui il mondo esterno raggiunge la nostra coscienza. In quest’ottica, una parte significativa del proprio tempo e delle proprie energie andrebbe dedicata a riflettere sul personale modo di pensare, sui sogni, sulle dinamiche familiari e sociali che sono state ereditate e sulla natura delle proprie pulsioni sessuali.

Ma dovrebbe esservi spazio anche per la riflessione sull’ordine di natura biologico e cosmologico a cui apparteniamo, di cui non siamo altro che una componente infinitesimale. In sostanza, nell’articolo citato si raccomanda di prendere in seria considerazione i suggerimenti che ci vengono offerti dalla tradizione Orientale, perchè uno stato completo e duraturo di felicità non potrebbe che derivare da una mente che ha raggiunto uno stato di pace.

La vita non procede per riempimento di vuoti, ma per conquista di spazi interiori

Roberto Assagioli

Visione Orientale e Occidentale. Una riflessione

I suggerimenti proposti nell’articolo possono senza dubbio sembrare scontati, addirittura banali, o quantomeno di difficile applicabilità nel moderno contesto Occidentale. La mia attività di psicologo mi consente di essere testimone del fatto che non di rado è però proprio la mancanza di felicità a condurre le persone a chiedere aiuto.

La frenesia che caratterizza il moderno contesto esistenziale (ormai non più solo in Occidente) favorisce l’emergere di emozioni che allontanano da un genuino vissuto di felicità, persino quando gli obiettivi di successo vengono raggiunti.

Ho un grande rispetto verso le tradizioni Orientali, e da tanti anni occupano un posto di rilievo nelle mie ricerche. Ma credo che suggerimenti come questi possano essere applicabili in un contesto occidentale solo dopo un’attenta riflessione sul senso attribuito alla propria esistenza. Se da un lato condivido pienamente il pensiero che nessun successo o conquista può garantire la felicità in una mente turbata, devo prendere atto anche del fatto che la “via della rinuncia” sarebbe adatta solo ad un numero molto limitato di individui in una società come la nostra.

Questo tipo di esistenza potrebbe in linea di massima apparire attraente solamente a chi persegue un desiderio di “pace“. Se lo scopo della nostra vita è sperimentare il più possibile la tranquillità, l’assenza di tormenti e la rilassatezza, allora senza dubbio potremmo beneficiare da un approccio rivolto alla rinuncia verso tutto ciò che alimenta l’intensità delle nostre emozioni. Tutto ciò che può procurare quell’adrenalinica eccitazione emotiva agognata da molte persone, è altrettanto in grado di generare stati di frustrazione e di negatività nei rapporti umani.

È del tutto evidente che vi sia oggi al mondo un imponente numero di individui accecati dalla brama di successo e di possesso, incapaci di riorientare il proprio punto di vista persino di fronte alle più palesi dimostrazioni della pericolosità e dell’incompletezza del loro approccio alla vita.

Ma vi è anche un crescente numero di persone, in Oriente come in Occidente, oggi come ieri, che orientano la loro vita lungo una dimensione di “desiderio di bene”, più che lungo quella del “desiderio di pace” appena menzionato. Più che dalla semplice serenità personale, sono spinte all’azione dal desiderio di procurare il massimo bene per le persone a loro care, o per la comunità in cui sono inserite.

In un certo senso, il concetto di felicità per persone spinte all’azione dall’anelito verso il bene coincide con quello di Sacrificio. Per quanto possa sembrare paradossale, vi sono al mondo persone la cui felicità dipende dall’avere uno scopo che trascende il limite del desiderio personale, perseguito con abnegazione personale, grande dedizione ed interesse per le persone di cui sono responsabili. E per costoro, perseguire una felicità basata sul desiderio di pace e sull’assenza di tormento equivarrebbe alla condanna ad un vissuto di limitazione e fallimento.

In sostanza, credo che sia in qualche modo “pericoloso” tentare di definire una ricetta unica per la felicità, basata sulla tradizione Orientale o su quella Occidentale, o persino su entrambe, senza conoscere nulla della particolare persona di cui ci stiamo prendendo cura. Se è vero che ci sono persone che devono essere aiutare a trovare pace, è altrettanto indubbio che ci sono anche persone che vanno aiutate a trovare la felicità attraverso il valore del sacrificio, dell’impegno e della fiducia nei propri sforzi.

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